domenica 28 marzo 2010

un fiumicino positivamente on-time

Ora finalmente ce lo hanno anche scritto, e noi che viaggiamo l’avevamo capito da tempo, la notizia non è delle più felici e speriamo di migliorare: nell’annuale statistica degli aeroporti europei, quello di Fiumicino è risultato il peggiore per puntualità (in verità secondo solo alle Canarie che in quei giorni c’era la vendemmia delle banane e sono arrivati primi). Strano, eppure non dovrebbe essere così, vista la quantità di porte automatiche rotte e sbarre divelte: almeno i nostri bagagli dovrebbero arrivare più in fretta, ma stranamente non è così. Sicuramente ci saranno in atto ristrutturazioni, riorganizzazioni, scioperi e manifestazioni, per arrivare più puntuali nei prossimi minuti e battere i tedeschi e anche i giapponesi (che danno sempre fastidio in questa tipologie di classifiche europee). Il mio Torino-Roma ritardato di soli 55 minuti alla partenza ha subito solo un altro piccolo ritardo quando ho aspettato la valigia per 1h grazie all’ineccepibile servizio di flight care, che non ha nemmeno un numero di telefono di servizio sul suo sito internet su cui lamentarsi (sarà stata una scelta oculata?). Eppure non è così male quando si arriva al ‘mezzanino’ alla sera e ci si mette a dormire sulle poltroncine tra i barboni alticci romani e i corpulenti rumeni disperati che si fanno uno spuntino al caldo, questo è un ambiente accogliente e internazionale. E non è nemmeno male sentirsi accolti e internazionali ai check-in quando ti parlano straniero, ma forse è solo dialetto, cultura trans-nazionale. E non è nemmeno così male ritrovarsi quando si va nei bagni senza carta, con i sanitari non funzionanti e i Rentokill ormai distrutti. Ricordo il mio con 3 orinatoi e di 3 non ne facevi uno completo, ma si sa, abbiamo questi nomi stranieri intorno e noi ci perdiamo e non capiamo più niente: Ideal Standard, Rentokill, Vortice. Tutto è un vortice qui e tutto è in salita, anche la scala mobile che quel giorno scioperava da sola e non si muoveva e tutti su e giù con le valigie a tracolla, un bel vedere di transumanza umana multirazziale per i piani aeroportuali. Ma poi arrivi alle partenze e vai negli stanzoni con moquette intrise di pittografici disegni di macchie e spruzzi e ci si sente un po’ global-graffiti, che almeno qui le sedie rotte ben si abbinano al decadimento della moquette e sembra una biennale di Berlino per Arte Moderna.


Però poi c’è il consueto rovescio della medaglia, lo sguardo che fissa uno strano cartello, un cartello che non dovrebbe essere qui, che non si capisce, che inonda la mente e gli occhi di altre sensazioni, di altri pensieri, distoglie lo sguardo e la nausea dalle tristi camminate nell’abbandono di questo aeroporto, dove tristi signore delle pulizie trascinano scoponi scioperanti. Che strano! Ma che significato può avere questo cartello, e questo tavolo con delle sedioline annesse ? "UNITI PER SOSTENERE PENSIERI POSITIVI" Bisogna aspettare che arrivino i pensieri positivi o è un libero spazio dove sedersi e incrociare altri pensieri positivi di altri viaggiatori? Ma come fa questo maltrattato aeroporto ad avere ancora spazio per potenziali pensieri positivi? E da chi li aspettiamo questi pensieri? Dobbiamo essere propositivi e dirceli tra di noi viaggiatori o un giorno scenderà qualcuno senza aereo e si siederà lui a dirceli. Non si ha una vera risposta da questo cartello, ma la mia mente disegna già su questa parete bianca dei miglioramenti, degli auspici, dei flussi e un giorno scaleremo la classifica e i tedeschi verranno a visitarci e ad imparare come si gestiscono gli aeroporti. Ecco, in questo mi unisco per sostenere i pensieri positivi.


[il cartello è stato visto a Dicembre 2009, nda]


http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/03/08/ritardi-la-maglia-nera-fiumicino.html



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martedì 23 marzo 2010

Il kimchi a Torino

Non è che si voglia male nel giorno del cliente coreano in territorio sabaudo per godere del tradizionale cibo piemontese che l’acquolina induce per profumi ed esalazioni del buon vino.

Allora la signora del ristorante mi chiede: “ma i suoi ospiti sono coreani?”

Stupore e ammirazione per la piemontesina bella che ha ragionato con stile e impeto nella quadratura della faccia a occhi obliqui e non ha banalmente pensato ai soliti giapponesi shopping ricchi.

E quindi io con stupore: “Si, perché?”

E lei: “perché lo chef oggi ha preparato il kimchi e quindi glielo possiamo far assaggiare”.

Mi è caduta la mascella.

Ora io dico: la cucina coreana mica granchè, tentacoli di polipo e verdurette moribonde però poi l’odioso puzzo frizzante alcolico del kimchi, una bomba pestilenziale per fiatella e il colore rosso diabolico che trasale dalle trasparenze delle foglie di biancastre. Il kimchi è subdolo, lui inizia la sua vita dal cavolo marcio e peggiora con l’aggiunta di delicati aromi come l’aglio puzzone, erbe malate e una salsa di roba rossa per produrre un concentrato da denuncia. Il suo odore vaga in tutta la Korea, lasciando scie sui bus, negli hotel, sui treni, e nei frigoriferi. Ricordo una salita al vulcano di Jeju dove riconoscevo i turisti coreani a distanza per le scie odorose che mi ostacolavano nei boschi immacolati. Ma ora qui nel ristorante piemontese il kimchi non si abbina a nulla e non ha a che vedere con la mia sabauda bagna cauda, che comunque miete vittime e scioglie i dracula per l’elevato concentrato di aglio. Qui il kimchi non ci sta e non basta servirlo in un piatto di ceramica raffinata con decori barocchi. Eppure l’hanno fatto! Ecco allora che ritorna il peccato originale, la mela, il cibo che ti porta a sbagliare e la sbagliata interpretazione che l’uomo ha del cibo e quindi la sua condanna. Qui il cibo diabolico è già una condanna di per sé, un pentimento divino che ci dobbiamo sorbire in Quaresima per la redenzione di un tiramisu futuro. E io che prima di entrare al ristorante acquolinavo di albese con tartufo, peperoni arrosto, agnolotti al sugo, lingua al verde, bunet e invece ora sono qui davanti ad un piatto con dentro il concentrato mortale. Cioè non è che mi trovo male, perché è l’antipasto e spero che poi non arrivino tentacoli ma i dolci profumi piemontesi. E quindi tutto passerà. Ma ora sono di nuovo da loro con un catapulto temporale spaziale lavorativo culturale che da umano moderno mi muovo in aereo nei fusi orari ma poi devo combattere da medievale schermato la creatura marcita, con i suoi odori, le sue foglie mollicce e le sue nefaste fitte odorose. Anche qui al fitness center si suda fermentato e nell’ascensore si schiacciano i bottoni col fiato sospeso. Però tutto il mondo è paese e io non posso guardare il kimchi altrui se ho un gorgonzola conficcato nell’occhio. Quindi evviva l’arrivo del kimchi a Torino. Meglio l’internazionalizzazione che la globalizzazione…


http://en.wikipedia.org/wiki/Kimchi

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martedì 2 marzo 2010

sorriso ecuadoriano

ad un certo punto uno si trova sui bus in vacanza in Ecuador, con le gambe rotte da migliaia di ore a pollo sui sedili stretti, a anatre sui piedi e a starnazzi sulle orecchie di passanti con poncho e sacche che sbatacchiano alle curve, che ondeggiano in rettilineo e odorano in salita. Il viaggio non procede, l'odore accresce il nervoso, la salsa musicale si cementa nelle orecchie e si solidifica nelle vene aumentando la pressione arteriosa e gonfiando gli arti inferiori e i rotondi maschili, e il pensiero che mancano ancora 400km non ti solleva, noia dentro. Poi passa il solito ragazzino, cambio di soldi, biglietto, paghi il doppio dei locali, non ho il poncho, non sudo grassi, non ho le anatre, stramazzo e non starnazzo, quindi discuto, perchè lui si io no, perchè io si lui no, "tu sei straniero", allora tira fuori la moneta, ricevi la monetina, biglietto timbrato, lui sbatacchia, altra curva, bambino piange, salta la sacca, cade la moneta, cerca la moneta, gomito nei reni, sacca in faccia, lui recupera la moneta, procede di una fila, salta la sacca, accerchia la mamma, spingi il marito, altro biglietto e via un'altra fila e così finisce la corriera. Allora capisco che il lavoro è un dono, che non si nasce imparati ma bisogna imparasi, che la geografia è una fortuna se nasci dove esiste il mappamondo, che "sono straniero" e in tutto questo caos naturale di eventi quotidiani ripetuti decine, centinaia di volte in un arco di una carriera, con rotule rotte, ossa smussate, baricentro movimentato, si può anche finire la giornata nervosi, spiattellati, stanchi. Eppure anche qui il pensiero positivo trafila dalle guarnizioni della porta, un soffio sottile di ottimismo si incanala dal finestrino ed ecco lì sulla parete dietro l'autista, dove il monitor gracchia e i coloro sfalsano un falso cinese di film americano apocalittico, un cartello salvifico e positivista sul comportamento da adottare. Un insegnamento semplice, un motivo per amare il povero bigliettaro, per voler bene alla sacca, al bambino, alla salsa. Basta poco, un adesivo sulla parete, un minimo di coscienza, tutto è più semplice, anche qui in Ecuador, dove la mia rigidezza si scioglie in un liquido ottimismo per un sorriso strappato e un senso leggero che tenta di leggere la vita quotidiana di questo popolo.

Ecco l'adesivo, ecco il sorriso ecuadoriano

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giovedì 28 gennaio 2010

Contributo Felicita' dai giornali seri

Anche dai giornali piu' stratificati di metodi e calcoli, di cifre e andamenti, di segni e disegni, di globalizzazione e finanza, di mercati e numeri, di previsioni e imperfezioni, tutto si puo' immaginare tranne che pubblichino sull'inserto libri un interessante articolo che non posso strapazzare pero' posso sottolineare che sono i passi che mi piacciono di piu' accorgendomi del fatto che hanno ragione tutti ma che bisogna prendere la felicita' un po' da tutte le parti, senza fingere. In questo articolo trovo importante distinguere tra felicita' e positivismo, tra attitudine e profondita'. Un conto e' la contemplazione della felicita', un conto e' il volere la felicita'. Un conto e' la distrazione positiva del mondo ricco moderno, un conto e' la felicita' rurale del mondo senza mezzi. Qui, in un valido frullatore di libri e di autori, si evidenziano concetti nuovi, concetti studiati, esperti che si interrogano, strade che si aprono, sentieri che entrano nello sconosciuto mondo della felicita',. Emeriti scienziati che riemergono dal passato della negativita' e cercano di studiare il positivo. Ammiro tutto cio' e ve lo propino, sperando di irrigare il seme profondo della felicita' e di sradicare il rovo superficiale del positivismo a tutti i costi.


WHERE HAPPINESS LIES

[Financial Times January 16, 2010]


A few decades ago, philosophers, economists and scientists didn’t pay much attention to happiness. They left that to the likes of comedian Ken Dodd, who famously sang that it was “the greatest gift that I possess”. Today, however, the lyrics of that chirpy ditty are virtually indistinguishable from the key claims of positive psychology – the flourishing “new science of happiness".


“Don’t count my money, count my happiness,” sang Dodd, explaining that “Happiness is nothing but a frame of mind,” something he “thanks the Lord” for. His lyrics may be folksy in style but the content encapsulates the essence of positive psychology.In 1998, the discipline was more or less unknown, until Martin Seligman, the then president of the American Psychological Association, began promoting the message that psychology needed to get over its historic obsession with what made people feel bad and start thinking about what made them feel good instead. His 2002 book, Authentic Happiness, became an international bestseller. But perhaps more significant, politically, was Lord Richard Layard’s Happiness: Lessons from a New Science (2005). Layard is not a psychologist but an economist, and his service as the the British government’s “happiness tsar” has taken positive psychology beyond influence to the heart of power. Its prescriptions lie behind a range of measures, from the huge increase in NHS-funded cognitive behavioural therapists to the forthcoming provision of mental health co-ordinators in Job Centres.

Despite its prominence, the contemporary, science-backed pursuit of happiness nevertheless raises serious questions about our value system. If all that matters is that we feel good, then what about other ideals we hold for the good life? In particular, if truth and happiness conflict, which one should prevail: blissful ignorance or painful knowledge?

The most recent bunch of happiness books each provide different answers. The best, Barbara Ehrenreich’s Smile or Die, sides squarely with the truth. The least convincing, Gretchen Rubin’s The Happiness Project, has a disregard for objective reality that even the most garrulous spin doctor would find breathtaking. Michael Foley declares in The Age of Absurdity that the modern world makes happiness impossible, while Carol Graham presents some sober, much-needed socio-economic evidence, in Happiness Around the World.

Rubin’s book chronicles a year in which she worked really, really hard on being a sunnier, more positive person by pick-and-mixing advice from psychologists, philosophers and self-help books. To outsiders, her motivation seems obscure. After all, at the time Rubin, author of biographies of John F Kennedy and Winston Churchill, was living happily in New York with a loving husband and two children. Despite this, one day she realised, “I’m not as happy as I should be.” Instead of realising that this desire for ever more happiness could be precisely what was stopping her being content with her contentment, she set out with obsessive dedication to broaden her smile, identifying what seems to work for other people and awarding herself stars on a resolutions chart when she succeeded in emulating them.

The deep ethical flaw in her project is the trumping of truth by feeling and desire. When her husband told her the year had not changed him, for instance, she simply insisted that it had. “Maybe I was seeing what I wanted to see,” she wonders, but then adds, “Maybe, but who cares?” This is where you end up if you make the pursuit of happiness your primary goal, indifferent to reality, concerned only with how you feel.

Rubin would probably have little time for the relentlessly negative-thinking Michael Foley. In his book, the novelist, poet and IT lecturer sets out to explain “Why modern life makes it hard to be happy?” Foley’s charge sheet covers pretty much everything. The promise of consumer culture, where all things good are just a chip and pin away, makes people feel entitled to everything but responsible for nothing; when anybody can be anything, talent and effort become irrelevant. Only desire matters, and nothing is easier than wanting. As we are increasingly connected to the internet or plugged into our iPhones, quiet contemplation is almost impossible – our attention spans are reducing to almost zero. There’s more but, if Foley is right, you’ve probably lost your concentration already, distracted by a tweet from a “friend” you don’t know, telling you things you don’t care about.

The problem with Foley’s entertaining tirade against the woes of late modernity is its lack of balance. He ignores truths such as the fact that most people are reasonably happy, whether rich or poor, African or European.

That is one of the surprising facts revealed in economist Carol Graham’s Happiness Around the World. As might be expected from a senior fellow at the Brookings Institution, a Washington think-tank, this is a solid but arid assessment of the evidence about how factors such as income, health, education, religious belief and marital status affect subjective well-being. The headline findings are already widely known: once people are lifted out of poverty, rising incomes do not make them happier; unequal societies are more miserable than equal ones; being religious, married and healthy enhances your well-being. Graham’s book demonstrates how we should not be hasty to draw conclusions from what are only statistical averages.

For example, although inequality is generally correlated with unhappiness, in the US the statistics suggest that “the only people made less happy by inequality are left-leaning rich people”. The most plausible explanation is that, for those who still dream the American dream, “inequality remains for many respondents a sign of future opportunities and mobility”.

Another complication, according to Graham, is that although richer countries do tend to be happier ones, when economies are in the midst of rapid growth, discontent rises. It seems that uncertainty, change, and the perception that there is a gravy train others are riding but you’re not, conspire against the gains of economic growth.

Graham is rightly cautious about what practical consequences follow from all this. Should you allow people to remain deceived if their false beliefs make them happier? Do you prioritise making the really unhappy reasonably content or should we aim to maximise the total amount of happiness in society? These are issues for policymakers, but also for individuals. If marriage makes you happier, for example, should you do your best to get married? Not if the wrong spouse will make your life a misery, and, as Graham points out, it depends where you live – in Russia, married people, on average, are no happier.

Barbara Ehrenreich is too committed a truth-seeker to protect happiness with falsehoods. The American writer, journalist and activist has proven herself to be a humane and astute critic of her country’s culture, exposing the harsh realities of working for the minimum wage in Nickel and Dimed, and of white-collar professional life in Bait and Switch. Her new book, Smile or Die, is a measured and informed attack on the “cult of positive thinking” that first infected the US and then spread to the rest of the world world.

Smile or Die traces the roots of American optimism and positive psychology to the 19th-century backlash against the Calvinist Puritanism of the first European settlers. The critical year was 1863, when the then invalid Mary Baker Eddy sought a “talking cure” from Phineas Parkhurst Quimby. She recovered and took up his teachings when he died three years later. Both have competing claims to be the true founder of the New Thought movement, which promoted the idea that illness was essentially a psychic disturbance and could be cured by the mind alone. Eddy went on to found Christian Science, but her ideas have trickled out across the world. William James, a psychologist and philosopher, praised them in his classic The Varieties of Religious Experience (1902), and they appear in such seminal 20th-century self-help texts as Napoleon Hill’s Think and Grow Rich! and Norman Vincent Peale’s The Power of Positive Thinking.

Ehrenreich examines the pernicious contemporary versions of these ideas, from the new-age mumbo jumbo of “The law of attraction” – which tells us the universe gives to those who ask – through the relentless positivity preached by career and life coaches, to the promises of earthly rewards by American megachurches. She even claims positive thinking was at least partly to blame for the current economic crisis, pointing to can-do chief executives who ended up captains of sinking ships, and those who sensed things were going wrong but were ostracised for their “pessimism”.

In each case she discusses, the imperative to accentuate the positive entails a disrespect for truth, which in some cases can have terrible consequences. In the powerful opening chapter, for instance, Ehrenreich describes how she was diagnosed with breast cancer and then discovered that the majority of her fellow sufferers had bought into a bogus ideology that says cancer can make you a better person, and that really wanting to get better is the key to recovery. The flipside of this, of course, is that if you don’t get better, it must somehow be your own fault for being too negative. It also has the perverse implication that it is better to get cancer than not to.

“If I had to do it over, would I want breast cancer?” asked sufferer Cindy Cherry. “Absolutely.” As Ehrenreich points out, such an attitude “encourages us to deny reality, submit cheerfully to misfortune, and blame only ourselves for our fate.”

The real value of Ehrenreich’s book is that it shows that the choice is not between being positive or negative. The issue, according to Ehrenreich, is whether we start with the facts or with our attitudes. What positive psychology gets right is that when we confront reality, we always have some control over how we then respond to it, and that a lot of misery is avoidable if we try to make the best rather than the worst of things. In practice, however, this sensible advice often degenerates into an excessive optimism, in which reality is whatever we think it to be. But you can’t make the best of a bad situation if you pretend it’s really just a good one in disguise.

With happiness, as with much else, there is no algorithm and there are no secrets. Modern life can make you miserable but on average it doesn’t and, in any case, a good life is not just a happy life but a truthful one. Knowing the facts can help us to live well but no one can provide you with a bespoke map to guide you through it. What they can do, however, is lead you astray with the promise that – with some survey data, positive thinking and a resolutions chart – mortal bliss is just a few steps away.

Julian Baggini is editor of The Philosophers’ Magazine and author of ‘Complaint’ (Profile)

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sabato 16 gennaio 2010

felice 2010 per sempre

Che poi nel girovagare del 2010, già frenetico con aerei riunione pullman taxi bus agente metro cliente hotel meeting taxi hotel colazione agente ecc, allora uno si chiede se appunto perchè è un nuovo anno ma uguale agli altri. Forse che dobbiamo bruciare petrolio? allora ok. Oppure è una condanna anticipata inferno moderno? eppure no. Allora ragiono dalla 2528 del Lotte Hotel di Seoul, già demotivato che non sono sul lato est, per veder nascere il sole la mattina, e oggi -11'C non invita nemmeno ad uscire dal naso perchè le membra nel piumino effetto chioccia nemmeno ci pensano e si sta al calduccio. Poi con sforzo vitale apro le tende (col telecomando!) e affaccio occhi assonnnati al grappolo di building che appesantiscono il suolo. Ecco lì la soluzione, il bandolo che tutti si interrogano per capire il futuro. E' proprio la scritta sul building che ridona elementi e significato alla settimana coreana e al proseguio annuale e quindi, un pò per slancio, un pò per sollievo, ripasso i caratteri occidentali e sillabo il significato della scritta: "Happy Forever".
Allora l'anno inizia giusto. Buon 2010 a tutti noi! che sia felice per sempre

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giovedì 10 dicembre 2009

umani subumani SUVumani SUPERumani

Per controparte ora mi ritrovo in Michigan, nel borghetto caruccio di Birmingham vicino Detroit dove golden retriver si ostentano come figli biondi plastifinti e addominali adulti riverberano nel luccichio di corpi neri atletici e muscolati con tatuaggi avvolgenti e mani femminili con prelibati iPhone che emanano melodie soft-lounge. Io parcheggio il mostrodonte SUVumano e infilo la moneta nel contatore stylish che mi emette un bisbiglio di simpatia e mi ricorda che posso pranzare in 1h MAX e io indugio passeggiando con colleghi di andare di qui di là, fa ancora stranamente calduccio inizio novembre e allora qui il tavolino fuori, maglioni firmati e somellier per coke diet tutti finto-sorridenti “welcome!” e ci infiliamo sotto un tavolo di finto mogano plastico resistente menu barocco per piatti eco-chic-multicromia-vegetarian-politically correct. Si parla si mangia e ci si gira ammirando bionda perfetta anello brillante carrozzeria rifatta da chirurghi meccanici esperti sorriso bianchissimo finta-pelliccia-simil-leopardo stivaletto calzoni bianchi attillati ciglia lunghe sguardo dollaroso e poi 'THE END' il film finisce e si ritorna a casa con 10 dollari di mancia sul tavolo. Arrivo al mio mostrodonte e trovo foglio rosa sul vetro “Ecco la multa!” penso ma poi è un post-it e inizio a leggere dubbioso titubante fregatura-sicura mi hanno rotto qualcosa graffi su porta forse ho fatto danni italiano-molesto e parto in un mood negativo di scene vissute e raccontate di malevolenza italiota sub-umana invece il sorriso affiora perché il post-it rosa in calligrafia femminile esprime concetti amorevoli di slanci solidali tra persone evolute. Si firma 'Susan', nome soave di angelo disceso e di compiaciuta azione da boy-scout cresciuta e io che ancora mi chiedo quanti italiani in Italia possano fare la stessa buona azione adottando un mostrodonte per un’ora donando una moneta nel parcheggiodromo ed evitando multa sicura con gendarme cattivo già pronto con blocchetto e penna e Susan amore terreno persuade bruto uniforme polizia non-si-discute e lei mano affusolata infila moneta e il bisbiglio di simpatia di 60min gratuiti per me con sguardo occhiolino per il policeman che ripone blocchetto e rispetta la legge perché ora moneta 60 min e io salvo e mostrodonte in placido parcheggio mentre lei sfila la sua biro e il suo post-it rosa da borsina plastic-chic e trova il tempo di scrivere e descrivere accaduto, un fatto piccolo in un ricco centro. Rimango marmificato nello stupore positivo del post-it rosa che riassume tutta una sua logica di coesione contro il policeman selvaggio e una melodia ‘io-oggi-aiuto-te-ma-tu-ricordati-di-me’, una moneta, tin, 60min. Cerco Susan girando nei negozi limitrofi, pronto a donare moneta e a prostrarmi in sodalizi e in scambi culturali, pronto ad accentuare la mia italianità umiliandomi per esprimere la mia sottomissione ad azione egregia slancio di gioia e letizia. Laggiù ragazza passeggia con cane, 'sei Susan?' chiedo, no, lei no, ‘conosci Susan?’ allora tu ragazza bionda occhiali scuri passo svelto che ti aggiri per vetrine ‘sei Susan?’ no. allora cerco poliziotto affamato per salvare anime in Purgatorio pronto con moneta, ma tutti salvi nei dintorni. Rimango con post-it rosa in mano, sole caldo sulla faccia, strizzo gli occhi, sorrido, salgo sul mostrodonte, lo appiccico sul cruscotto.
Grazie Susan, super-woman

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mercoledì 25 novembre 2009

The Muppets: Bohemian Rhapsody (by Queen)

Saro' banale ma sto video mi sorrido se lo penso

martedì 24 novembre 2009

Today you smiled!

Da LaRepubblica.it (24 NOV 2009)
"Avete mai fermato qualcuno chiedendogli di sorride per voi? L'autore del blog "Today you smiled" si. Lo sconosciuto americano ha fotografato i sorrisi dei passanti per poi pubblicarli online in una sorta di bacheca virtuale del buon umore. Due perfetti sconosciuti separati solo da una lente e il risultato è questa galleria di immagini: un sorriso al giorno diventa una terapia di felicità"

http://www.repubblica.it/2006/08/gallerie/gente/foto-sorrisi/1.html
http://todayyousmiled.com/

lunedì 23 novembre 2009

perchè meno per meno fa più

E allora mi decido a riprendere la scrittura sciolta che tanto mi ha espresso nel paese colorato dell'oriente e che dopo qualche mese del tricolore è forse basta di sentire tutte queste cose nel mio idioma che ora capisco tutto che posso solo rientrare nel guscio per le negatività espresse perchè poli negativi qui si respingono comunque e tutto si respinge come forza negativa che pervade e malvede tutto come veleni di notizie nere di politica ubriaca di calcio malato di grandi fratelli e pochi padri con tante parole e pochi fatti e allora l'altra settimana nel rientro dall'Indiana nella visita di stelle e strisce che ormai mi compete per il compito nell'ambito ufficiale con la coda dell'occhio scorgo una bandieruola appesa sul ciglio della strada 'LAUGH LONG' (ridi a lungo) e subito appresso un'altra 'LIVE LONG' (vivi a lungo) e allora ho sorriso nel grigiore della pianura sterminata boscosa autunnale di pioviggino stentato appoggiato sull'asfalto masticato dal mio SUV mostrodontico americano nella banalità del viaggio di rientro in Michigan.

Ecco la soluzione! il neuro ha generato un sorriso mentale che ha richiamato il muscolo facciale nell'abbozzo solare del pensiero positivo del labbro e quindi la decisione che il blog riprenderà come forza positiva per rischiarare grigiumi storture abbacchi malesseri e quindi ora scavo nelle notizie brutte per raccimolare briciole di sorriso così che si legge per sorridere e allora scrivo per trasmettere sorrisi con contributi di tutti che mi avete ricordato che le parole si leggono e poi si rileggono e si sfrutta tutto per il dolce finale che anche i commenti aiutano a raccogliere stimoli di umore che ci meritiamo di stare meglio con noi stessi e con noi altri insieme a noi e altri perchè il tutto nasce dalla frase estetica di Fosco Maraini che ieri leggevo e rileggevo: 'perchè meno per meno fa più'

e allora da oggi, io può e io più




martedì 30 giugno 2009

Partire per tornare

E c'è sempre un giorno, un ora, un istante in cui l'aereo si stacca veramente da terra e si carica di forza sulle ali con l'energia che ti avvampa la testa per quello che hai lasciato indietro, se ho fatto bene o ho fatto male, ma il 15 Maggio dopo quasi 6 anni di permanenza in Cina, il velivolo teutonico con freddezza e austerità mi ha congelato i neuroni per non lasciarmi in balìa di movimenti e ragionamenti e stipato come SEAT NUMBER e classificato come VIAGGIATORE MOLTO MOLTO FREQUENTE mi hanno ringraziato di aver usufruito dei loro servizi e io ringrazio il mio paese ospitante di avermi fatto eseguire molti servizi. Nel paese cino, all'interno delle mura, ho svolto il mio servizio, ho praticato la mia capacità e mi sono accresciuto in esperienza ed età. Ho imparato a sopportare e a 'sentire' anche se sordo e muto nel loro linguaggio, ho imparato a interpretare e percepire, onde deboli e uragani forti, traffico e rumore di sensazioni, per un mondo che mi si apriva intorno. Solo ora mi rendo conto della dimensione di apertura, della quarta dimensione, della frequenza a cui sono stato sollecitato, qui dalla cara Italia dove il mondo sembra rallentato da un collante gelatinoso che frena e ostacola, da fogli e teste che lamentano dati inutili e vittorie del passato. Però sono ora chiamato a riportare di qua quello che ho imparato là, la rapidità e la dimensione e a ripropormi intellettualmente e lavorativamente con testa bassa e umore nostalgico. Non sono però rimpianti ma importanti passi, non sono nostalgìe ma opportunità. E riparto allora con piedi italiani e testa italiana, ma spirito liberato, grazie all'Asia e alla Cina che hanno levigato e smorzato frequenze proprie del nostro Paese, il più bello al mondo, ma col giallo che avanza, anche qui.
Allora saluto tutti voi in velocità e riparto dall'Europa e chi lo sa dove si arriverà...

Misto confusione per riallineare i neuroni

Mi ci vuole un pò, ma intanto sono qui, col fuso orario GMT +1.00h

Ci rivedremo Cina...

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sabato 9 maggio 2009

gente che va gente che viene

e venne l'uomo dallo spazio, si aggira tra noi, sembra uno di noi. Ma si riconosce dal capello dipinto, una lieve imperfezione di rosso, dovuta al materiale sintetico cutaneo che non riesce e ricostruire la cheratina umana. Quindi il fascio di fibra deve essere corretto con accesi colori e gli umani possono quindi riconoscere l'automa che si aggira. Oggi si trova in Xizhang lu, sotto gli occhi di tutti, ma non tutti possono identificarlo, perche' la valigetta e' in realta' un dispersore emozionale, con annullamento delle sinapsi del riconoscimento, quindi lui passa inosservato perche' chi lo vede non si interroga e lui e' virtualmente invisibile al nostro cervello. Un po' come una preda ferma per un rettile: l'infrarosso non basta ci vuole anche il movimento. E anche lui conosce la biologia della Terra, gliela hanno caricata nel suo cuore elettronico e ora puo' camminare, prendere il metro, e fermarsi su una panchina, mentre inesorabile compila i moduli sul nostro mondo emettendo onde radio con i nostri dati. Comunque non c'e' allarmismo perche' non e' pericoloso e ci sono le guardie del controspionaggio, come me, pronte ad intervenire. Infatti noi possiamo riconoscerlo, grazie alle istruzioni ricevute dal corpo speciale e al faticoso training subito in ambienti ostili. Oggi, con la tecnologia in nostra dotazione, possiamo facilmente individuarli, e questi modelli sono vecchi, sono quelli antecedenti al mimetismo oculare. Questi sono i modelli fake per il mondo cinese, non siamo ancora arrivati ai sofisticati germanoidi del mondo europeo. Li ci stiamo lavorando. Per ora metto in archivio questo sembiante ominide, per permettervi di capire le caratteristiche con un'istantanea rubata durante un nostro sopralluogo.
Ovviamente il suo ricoprimento esterno e' a scaglie vitree per evitare controlli raggi X che ne evidenzierebbero la sua origine extraterrestre.

E mentre noi tentiamo di andare da loro, loro sono gia' da noi

martedì 5 maggio 2009

Scondizoliamo un mucchio

Che la coda e’ la successione di punti uniti a formare un ricciolo e allora non possiamo definire coda il mucchio appiccicoso che si ammassa attorno al punto detto fulcro di mucchio perche’ all’interno della Grande Muraglia l’uomo ha bisogno di spazio ma qui lo spazio manca e la gente e’ troppa quindi la divisione per spazio su gente ha creato a numeratore il sovraffollamento e a denominatore il sottosviluppo e il figlio unico non da’ la percentuale relativa del momento. Il totale e’ che per ogni cosa c’e’ piu’ gente del normale e allora al posto della successione di punti c’e’ bisogno della compenetrazione dei punti a formare il mucchio che se la posta in gioco e’ alta allora la compenetrazione e’ massima e solo il caparbio spintoso riesce a sopravvivere mentre il debole smucchia e sfrangia ai bordi. Qui in Cina si cerca l’interno del mucchio centripeto calamitoso e ci si sbatacchia per la sopravvivenza. Allora il mucchio e’ parte presente e costante per ogni competizione: in strada per la strada, in bus per il bus, in metro per il metro, in aereo per l’aereo, al cinema per il cinema, al McDonalds per il McDonalds, all’ospedale per l’ospedale. Nell’insofferenza agitata dell’osservatore occidentale e del malcapitato bianco che nella definizione di intorno ha i metri quadri mentre in Cina la privacy si misura in frazioni di micron, e subito dopo inizia la compenetrazione di membra in corpi estranei e il borseggio non si traduce in business per la difficolta’ oggettiva di articolare la falange nella tasca del vicino paffuto che la gonna e’ un uomo e non e’ possibile che la borsetta appartenga a questo neo peloso con l’unghia lunga e di chi e’ questo braccio con il tRollex e allora almeno il furfante non sta nel mucchio ma aspetta losco all’esterno. Qui lo spazio e’ rubato e l’occidentale rapito dallo sguardo del mucchio che si agita mentre lui ignaro e’ esterno e non riesce a scalfire la compenetrazione e rimane sempre l’ultimo e senza biglietto. Allora spingi rissa ammassa scalcia urta schiaccia mordi slancia e forse riesci, oppure desisti e ti raccapricci tormentoso nell’osservazione impotente della sopravvivenza del mucchio semovente. Accetta la rissa, compenetrati, lasciati attirare dall’odore concentrato, accalcati, smuovi i vicini, cunea di spalle, carota il fulcro del mucchio e laggiu’ c’e’ lo sportello e gonfio fuoriesci e sorridi al mondo col biglietto ed essendo la massa la somma dei pesi per la quantita’ di corpi, piu’ la massa e’ densa piu’ i corpi sono compenetrati e il fisico china-chopstick aumenta la densita’ della massa in una efficace compenetrazione. Stai magro, svicoli meglio, sgusci centripeto, sguinci dentro e vinci il biglietto. Perche’ il mucchio e’ la somma attorno al flucro, ma se spingi c’e’ piu’ mucchio e aumenti il successo del biglietto. E quando esci scodinzoli di gioia

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martedì 28 aprile 2009

io sono del Toro, e me ne vanto...

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giovedì 26 marzo 2009

caratteri o irettarac?

I fatti:
Allora qui si viaggia sulla destra come in Italia, ma si sorpassa a destra in corsia di emergenza per emergenza, e va bene.
Allora qui si legge da sinistra a destra come in Italia, ma qui si legge anche dall'alto in basso come il Tetris e i giapponesi, e va bene.

I misfatti:
Pero' non e' che qui si scrive da destra a sinistra come Leonardo, perche' il genio e' un'altra cosa.
Pero' mi sembra che questo camion e' un genio. Oppure e' un quiz. Sicuro trovera' difficile lavorare nel mondo alfabetico come l'Italia. E poi non e' un'ambulanza che si scrive capogiratovolto.

Ma come e' possibile? gli hanno girato la scritta o i caratteri? E' uno scherzo a parte?
Comunque tutto il mondo e' che l'algebra cambi i fattori ma il risultato non cambia
LOGISTICS = SCITSIGOL
CHENTONG = GNOTNEHC

Ma i caratteri saranno giusti o no?
CARATTERI o IRETTARAC?


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martedì 24 marzo 2009

Contorsioni della Globalizzazione smodata

Sembra che tutto il mondo sia concentrato a Shanghai, ma forse la concentrazione e’ il mondo, o il 'mondo concentrato' e 'Shanghai' sono la stessa cosa concentrata, un big-bang originale della globalizzazione puntuale. Questo concetto mi attanaglia giorno dopo giorno, mentre le borse tracollano, mentre si vendono i Rolex e le copie, mentre si alimentano i lattanti con le plastiche inquinate, mentre le guerre delle cifre continuano, io vivo con il mio piccolo banale assillo.
Il tutto si e’ scatenato dopo che alcuni intrecci complicati nei capelli del cervello si sono sovrapposti nei miei occhi strabicando dei concetti culminati col pensiero sovraffollato di continue circostanze e ho graficato allora il tutto per rendere digeribile il moto a luogo.
Vi elenco allora alcuni degli esempi che fanno capire che il mondo concentrico si attorciglia qui, milione piu’ milione meno:

1) il mio amico spagnolo (Spagna) che parla perfettamente italiano (Italia) ha sposato una ragazza del botswana (Botswana) con cui parla inglese. Lui lavora a Shanghai (Shanghai) in una ditta francese (Francia) ed ha un capo americano (USA)



2) a Wuxi (Shanghai) in un ristorante taiwanese (Taiwan) ho mangiato french teppaniaky (Francia-Giappone) su piatti marchiati “Picasso” (Spagna), mangiando caviale tedesco (Germania), con salgemma minerale cilena (Cile) e bevendo karkade’ (Medio-Oriente). La musica in sottofondo era ovviamente americana (USA)







3) all’americano Holiday Inn (USA) di Hefei (Cina) ho mangiato un mexican buffet (Messico) dove servivano la ‘typical italian pisa’ (Italia)



4) in Zhangjiagang (Cina), il mio amico spagnolo (Spagna) poteva capire una conversazione tra 1 businessman israeliano (Israele) e uno turco (Turchia) mentre trattavano dei tessuti, perche’ essendo loro di origine sefardi’, si capivano in spagnolo (Spagna)

questi sono solo alcuni esempi senza prendere luogo a coloro che godono di vita piu' asiatica con coreani misti a giapponesi in terre mongole o inglesi di Hong Kong simpatizzanti Taiwan in circostanze cinesi con passaporti doppi e passpartout singoli. Mi limito a qualche esempio girando l'isolato ma sono sicuro che Shanghai e' una contorsione globale puntuale e l'occhio di tutti e' facile per darmi ragione.

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