Voci fuori campo
I cerchi olimpici si sono finalmente spenti senza che i miei occhi si siano mai veramente accesi. E se gli occhi sono rimasti offuscati, le orecchie sono ora frastornate e la testa ha un cerchio olimpionico d’oro che risplende di aureola per la mia calma apparente durante l’evento. Ho pero’ ancora la forza della voce e la rapidita’ delle dita per scrivere la mia necessita’ di dare una morte degna a questi giorni, a questo lento massacro di atleti e di squadre inghiottite nella propaganda, nel disegno politico, nel mastino governativo e non nel gesto sportivo e nella fratellanza dei popoli. Ho quindi necessita’ di amplificare segnali, movimenti e trilli che emergono dai colori e
dalle luci di del perfetto coordinamento mandarino. Parto da lontano, dalla provincia del Gansu, a 2000km da Pechino, ai bordi del deserto del Gobi. Qui mi organizzo una piacevole passeggiata con sole uva carretto e frustino per arrivare al passo Yangguan, avamposto millenario che si spalanca sull’infinita morte di sabbia rovente che al tempo chiudeva il passaggio dalla raffinatezza cinese interna al mondo barbaro esterno. Affascinato da tanto potere ed efficienza del passato discuto nel presente sul significato delle olimpiadi con una ragazza locale che mi guida sul carretto e con mia strana sorpresa mi dice: “le olimpiadi di Pechino? C’e’ molta politica”. Interrrogativo pesante, affermazione grave per una ragazza cosi “lontana”. Ma cosa avra’ mai potuto sapere, cosa avra’ mai potuto capire dalla televisione, ma cosa mai gli avranno detto questi coltivatori di uva del deserto? Mi scateno e cerco di capirne di piu’ da alcuni amici di Pechino che mi confermano come la macchina burocratica e’ eccellente, ma che il gesto atletico e’ l’evidente risultato dello sforzo politico e di qualche formula farmaceutica. O mamma mia! Poi abbiamo avuto altre conferme di sviste e di occhi troppo obliqui per essere aperti, e di gesti atletici drog
ati da sospetti di pasticche. Allora amici occidentali hanno preferito spegnere i televisori, limitandosi a leggere su internet le proprie medaglie d’oro. Altri amici cinesi mi hanno dirottati a considerazioni di potere politico, di arbitri sorridenti per ricevuti favori e di giurie con denti dorati. Pero’ altri amici cinesi mi assicurano che quello che si e’ visto e’ la limpida realta’ e che quello che si e’ sentito e’ reticenza degli occidentali ad accettare il dragone che sta emergendo dopo l’era di torpore. Ma allora cosa ci rimane di tutto questo capogiro di numeri metalli atleti nazioni spettatori poliziotti che hanno frastornato i nostri occhi e non hanno acceso i nostri cuori? Ci siamo sentiti Nazione su quei podi azzurri che abbiamo faticosamente conquistato o ci siamo sentiti occidentali contro le bandiere rosse? Abbiamo applaudito il numero uno o ci siamo girati a vedere gli sconfitti gialli? Ci siamo impressionati al medagliere coi rossi piu’ in alto delle strisce, o abbiamo esultato alle incredibili medaglie di paesi che non hanno nemmeno la forza di apparire sul mappamondo, come Mauritius e Togo? Abbiamo sperato di ottenere ancora medaglie da gesti atletici eroci o abbiamo spento la TV perche’ il mondo si e‘ spaccato in 2 tra Cina e USA?
E noi da chi andremo a piangere tra venti anni? Dai mandarini dell’est o continueremo a coltivare arance a sud per gli Americani dell’ovest? Siamo quindi contenti che ci riprenderemo le olimpiadi nel nostro vecchio continente bianco o siamo tolleranti che finalmente la tavolozza politica si stia colorando di giallo? Serve ancora parlare di record del mondo migliorati da macchine programmate o e’ meglio girarsi e osservare il pubblico che ha gli occhi a mandorla? Personalmente mi sento di dire che le olimpiadi ci rimarranno in testa per il contenuto politico internazionale e non per i centesimi limati nei record. E oggi come migliaia di anni fa questa potere scavalchera’ le dune inanimate e arrivera’ fino a noi con impressionante energia
ati da sospetti di pasticche. Allora amici occidentali hanno preferito spegnere i televisori, limitandosi a leggere su internet le proprie medaglie d’oro. Altri amici cinesi mi hanno dirottati a considerazioni di potere politico, di arbitri sorridenti per ricevuti favori e di giurie con denti dorati. Pero’ altri amici cinesi mi assicurano che quello che si e’ visto e’ la limpida realta’ e che quello che si e’ sentito e’ reticenza degli occidentali ad accettare il dragone che sta emergendo dopo l’era di torpore. Ma allora cosa ci rimane di tutto questo capogiro di numeri metalli atleti nazioni spettatori poliziotti che hanno frastornato i nostri occhi e non hanno acceso i nostri cuori? Ci siamo sentiti Nazione su quei podi azzurri che abbiamo faticosamente conquistato o ci siamo sentiti occidentali contro le bandiere rosse? Abbiamo applaudito il numero uno o ci siamo girati a vedere gli sconfitti gialli? Ci siamo impressionati al medagliere coi rossi piu’ in alto delle strisce, o abbiamo esultato alle incredibili medaglie di paesi che non hanno nemmeno la forza di apparire sul mappamondo, come Mauritius e Togo? Abbiamo sperato di ottenere ancora medaglie da gesti atletici eroci o abbiamo spento la TV perche’ il mondo si e‘ spaccato in 2 tra Cina e USA?
E noi da chi andremo a piangere tra venti anni? Dai mandarini dell’est o continueremo a coltivare arance a sud per gli Americani dell’ovest? Siamo quindi contenti che ci riprenderemo le olimpiadi nel nostro vecchio continente bianco o siamo tolleranti che finalmente la tavolozza politica si stia colorando di giallo? Serve ancora parlare di record del mondo migliorati da macchine programmate o e’ meglio girarsi e osservare il pubblico che ha gli occhi a mandorla? Personalmente mi sento di dire che le olimpiadi ci rimarranno in testa per il contenuto politico internazionale e non per i centesimi limati nei record. E oggi come migliaia di anni fa questa potere scavalchera’ le dune inanimate e arrivera’ fino a noi con impressionante energiaLabels: olimpiadi, poliziotto
