domenica 28 marzo 2010

un fiumicino positivamente on-time

Ora finalmente ce lo hanno anche scritto, e noi che viaggiamo l’avevamo capito da tempo, la notizia non è delle più felici e speriamo di migliorare: nell’annuale statistica degli aeroporti europei, quello di Fiumicino è risultato il peggiore per puntualità (in verità secondo solo alle Canarie che in quei giorni c’era la vendemmia delle banane e sono arrivati primi). Strano, eppure non dovrebbe essere così, vista la quantità di porte automatiche rotte e sbarre divelte: almeno i nostri bagagli dovrebbero arrivare più in fretta, ma stranamente non è così. Sicuramente ci saranno in atto ristrutturazioni, riorganizzazioni, scioperi e manifestazioni, per arrivare più puntuali nei prossimi minuti e battere i tedeschi e anche i giapponesi (che danno sempre fastidio in questa tipologie di classifiche europee). Il mio Torino-Roma ritardato di soli 55 minuti alla partenza ha subito solo un altro piccolo ritardo quando ho aspettato la valigia per 1h grazie all’ineccepibile servizio di flight care, che non ha nemmeno un numero di telefono di servizio sul suo sito internet su cui lamentarsi (sarà stata una scelta oculata?). Eppure non è così male quando si arriva al ‘mezzanino’ alla sera e ci si mette a dormire sulle poltroncine tra i barboni alticci romani e i corpulenti rumeni disperati che si fanno uno spuntino al caldo, questo è un ambiente accogliente e internazionale. E non è nemmeno male sentirsi accolti e internazionali ai check-in quando ti parlano straniero, ma forse è solo dialetto, cultura trans-nazionale. E non è nemmeno così male ritrovarsi quando si va nei bagni senza carta, con i sanitari non funzionanti e i Rentokill ormai distrutti. Ricordo il mio con 3 orinatoi e di 3 non ne facevi uno completo, ma si sa, abbiamo questi nomi stranieri intorno e noi ci perdiamo e non capiamo più niente: Ideal Standard, Rentokill, Vortice. Tutto è un vortice qui e tutto è in salita, anche la scala mobile che quel giorno scioperava da sola e non si muoveva e tutti su e giù con le valigie a tracolla, un bel vedere di transumanza umana multirazziale per i piani aeroportuali. Ma poi arrivi alle partenze e vai negli stanzoni con moquette intrise di pittografici disegni di macchie e spruzzi e ci si sente un po’ global-graffiti, che almeno qui le sedie rotte ben si abbinano al decadimento della moquette e sembra una biennale di Berlino per Arte Moderna.


Però poi c’è il consueto rovescio della medaglia, lo sguardo che fissa uno strano cartello, un cartello che non dovrebbe essere qui, che non si capisce, che inonda la mente e gli occhi di altre sensazioni, di altri pensieri, distoglie lo sguardo e la nausea dalle tristi camminate nell’abbandono di questo aeroporto, dove tristi signore delle pulizie trascinano scoponi scioperanti. Che strano! Ma che significato può avere questo cartello, e questo tavolo con delle sedioline annesse ? "UNITI PER SOSTENERE PENSIERI POSITIVI" Bisogna aspettare che arrivino i pensieri positivi o è un libero spazio dove sedersi e incrociare altri pensieri positivi di altri viaggiatori? Ma come fa questo maltrattato aeroporto ad avere ancora spazio per potenziali pensieri positivi? E da chi li aspettiamo questi pensieri? Dobbiamo essere propositivi e dirceli tra di noi viaggiatori o un giorno scenderà qualcuno senza aereo e si siederà lui a dirceli. Non si ha una vera risposta da questo cartello, ma la mia mente disegna già su questa parete bianca dei miglioramenti, degli auspici, dei flussi e un giorno scaleremo la classifica e i tedeschi verranno a visitarci e ad imparare come si gestiscono gli aeroporti. Ecco, in questo mi unisco per sostenere i pensieri positivi.


[il cartello è stato visto a Dicembre 2009, nda]


http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/03/08/ritardi-la-maglia-nera-fiumicino.html



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martedì 23 marzo 2010

Il kimchi a Torino

Non è che si voglia male nel giorno del cliente coreano in territorio sabaudo per godere del tradizionale cibo piemontese che l’acquolina induce per profumi ed esalazioni del buon vino.

Allora la signora del ristorante mi chiede: “ma i suoi ospiti sono coreani?”

Stupore e ammirazione per la piemontesina bella che ha ragionato con stile e impeto nella quadratura della faccia a occhi obliqui e non ha banalmente pensato ai soliti giapponesi shopping ricchi.

E quindi io con stupore: “Si, perché?”

E lei: “perché lo chef oggi ha preparato il kimchi e quindi glielo possiamo far assaggiare”.

Mi è caduta la mascella.

Ora io dico: la cucina coreana mica granchè, tentacoli di polipo e verdurette moribonde però poi l’odioso puzzo frizzante alcolico del kimchi, una bomba pestilenziale per fiatella e il colore rosso diabolico che trasale dalle trasparenze delle foglie di biancastre. Il kimchi è subdolo, lui inizia la sua vita dal cavolo marcio e peggiora con l’aggiunta di delicati aromi come l’aglio puzzone, erbe malate e una salsa di roba rossa per produrre un concentrato da denuncia. Il suo odore vaga in tutta la Korea, lasciando scie sui bus, negli hotel, sui treni, e nei frigoriferi. Ricordo una salita al vulcano di Jeju dove riconoscevo i turisti coreani a distanza per le scie odorose che mi ostacolavano nei boschi immacolati. Ma ora qui nel ristorante piemontese il kimchi non si abbina a nulla e non ha a che vedere con la mia sabauda bagna cauda, che comunque miete vittime e scioglie i dracula per l’elevato concentrato di aglio. Qui il kimchi non ci sta e non basta servirlo in un piatto di ceramica raffinata con decori barocchi. Eppure l’hanno fatto! Ecco allora che ritorna il peccato originale, la mela, il cibo che ti porta a sbagliare e la sbagliata interpretazione che l’uomo ha del cibo e quindi la sua condanna. Qui il cibo diabolico è già una condanna di per sé, un pentimento divino che ci dobbiamo sorbire in Quaresima per la redenzione di un tiramisu futuro. E io che prima di entrare al ristorante acquolinavo di albese con tartufo, peperoni arrosto, agnolotti al sugo, lingua al verde, bunet e invece ora sono qui davanti ad un piatto con dentro il concentrato mortale. Cioè non è che mi trovo male, perché è l’antipasto e spero che poi non arrivino tentacoli ma i dolci profumi piemontesi. E quindi tutto passerà. Ma ora sono di nuovo da loro con un catapulto temporale spaziale lavorativo culturale che da umano moderno mi muovo in aereo nei fusi orari ma poi devo combattere da medievale schermato la creatura marcita, con i suoi odori, le sue foglie mollicce e le sue nefaste fitte odorose. Anche qui al fitness center si suda fermentato e nell’ascensore si schiacciano i bottoni col fiato sospeso. Però tutto il mondo è paese e io non posso guardare il kimchi altrui se ho un gorgonzola conficcato nell’occhio. Quindi evviva l’arrivo del kimchi a Torino. Meglio l’internazionalizzazione che la globalizzazione…


http://en.wikipedia.org/wiki/Kimchi

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martedì 2 marzo 2010

sorriso ecuadoriano

ad un certo punto uno si trova sui bus in vacanza in Ecuador, con le gambe rotte da migliaia di ore a pollo sui sedili stretti, a anatre sui piedi e a starnazzi sulle orecchie di passanti con poncho e sacche che sbatacchiano alle curve, che ondeggiano in rettilineo e odorano in salita. Il viaggio non procede, l'odore accresce il nervoso, la salsa musicale si cementa nelle orecchie e si solidifica nelle vene aumentando la pressione arteriosa e gonfiando gli arti inferiori e i rotondi maschili, e il pensiero che mancano ancora 400km non ti solleva, noia dentro. Poi passa il solito ragazzino, cambio di soldi, biglietto, paghi il doppio dei locali, non ho il poncho, non sudo grassi, non ho le anatre, stramazzo e non starnazzo, quindi discuto, perchè lui si io no, perchè io si lui no, "tu sei straniero", allora tira fuori la moneta, ricevi la monetina, biglietto timbrato, lui sbatacchia, altra curva, bambino piange, salta la sacca, cade la moneta, cerca la moneta, gomito nei reni, sacca in faccia, lui recupera la moneta, procede di una fila, salta la sacca, accerchia la mamma, spingi il marito, altro biglietto e via un'altra fila e così finisce la corriera. Allora capisco che il lavoro è un dono, che non si nasce imparati ma bisogna imparasi, che la geografia è una fortuna se nasci dove esiste il mappamondo, che "sono straniero" e in tutto questo caos naturale di eventi quotidiani ripetuti decine, centinaia di volte in un arco di una carriera, con rotule rotte, ossa smussate, baricentro movimentato, si può anche finire la giornata nervosi, spiattellati, stanchi. Eppure anche qui il pensiero positivo trafila dalle guarnizioni della porta, un soffio sottile di ottimismo si incanala dal finestrino ed ecco lì sulla parete dietro l'autista, dove il monitor gracchia e i coloro sfalsano un falso cinese di film americano apocalittico, un cartello salvifico e positivista sul comportamento da adottare. Un insegnamento semplice, un motivo per amare il povero bigliettaro, per voler bene alla sacca, al bambino, alla salsa. Basta poco, un adesivo sulla parete, un minimo di coscienza, tutto è più semplice, anche qui in Ecuador, dove la mia rigidezza si scioglie in un liquido ottimismo per un sorriso strappato e un senso leggero che tenta di leggere la vita quotidiana di questo popolo.

Ecco l'adesivo, ecco il sorriso ecuadoriano

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