Il kimchi a Torino
Non è che si voglia male nel giorno del cliente coreano in territorio sabaudo per godere del tradizionale cibo piemontese che l’acquolina induce per profumi ed esalazioni del buon vino.
Allora la signora del ristorante mi chiede: “ma i suoi ospiti sono coreani?”
Stupore e ammirazione per la piemontesina bella che ha ragionato con stile e impeto nella quadratura della faccia a occhi obliqui e non ha banalmente pensato ai soliti giapponesi shopping ricchi.
E quindi io con stupore: “Si, perché?”
E lei: “perché lo chef oggi ha preparato il kimchi e quindi glielo possiamo far assaggiare”.
Mi è caduta la mascella.
Ora io dico: la cucina coreana mica granchè, tentacoli di polipo e verdurette moribonde però poi l’odioso puzzo frizzante alcolico del kimchi, una bomba pestilenziale per fiatella e il colore rosso diabolico che trasale dalle trasparenze delle foglie di biancastre. Il kimchi è subdolo, lui inizia la sua vita dal cavolo marcio e peggiora con l’aggiunta di delicati aromi come l’aglio puzzone, erbe malate e una salsa di roba rossa per produrre un concentrato da denuncia. Il suo odore vaga in tutta la Korea, lasciando scie sui bus, negli hotel, sui treni, e nei frigoriferi. Ricordo una salita al vulcano di Jeju dove riconoscevo i turisti coreani a distanza per le scie odorose che mi ostacolavano nei boschi immacolati. Ma ora qui nel ristorante piemontese il kimchi non si abbina a nulla e non ha a che vedere con la mia sabauda bagna cauda, che comunque miete vittime e scioglie i dracula per l’elevato concentrato di aglio. Qui il kimchi non ci sta e non basta servirlo in un piatto di ceramica raffinata con decori barocchi. Eppure l’hanno fatto! Ecco allora che ritorna il peccato originale, la mela, il cibo che ti porta a sbagliare e la sbagliata interpretazione che l’uomo ha del cibo e quindi la sua condanna. Qui il cibo diabolico è già una condanna di per sé, un pentimento divino che ci dobbiamo sorbire in Quaresima per la redenzione di un tiramisu futuro. E io che prima di entrare al ristorante acquolinavo di albese con tartufo, peperoni arrosto, agnolotti al sugo, lingua al verde, bunet e invece ora sono qui davanti ad un piatto con dentro il concentrato mortale. Cioè non è che mi trovo male, perché è l’antipasto e spero che poi non arrivino tentacoli ma i dolci profumi piemontesi. E quindi tutto passerà. Ma ora sono di nuovo da loro con un catapulto temporale spaziale lavorativo culturale che da umano moderno mi muovo in aereo nei fusi orari ma poi devo combattere da medievale schermato la creatura marcita, con i suoi odori, le sue foglie mollicce e le sue nefaste fitte odorose. Anche qui al fitness center si suda fermentato e nell’ascensore si schiacciano i bottoni col fiato sospeso. Però tutto il mondo è paese e io non posso guardare il kimchi altrui se ho un gorgonzola conficcato nell’occhio. Quindi evviva l’arrivo del kimchi a Torino. Meglio l’internazionalizzazione che la globalizzazione…
http://en.wikipedia.org/wiki/Kimchi
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