mercoledì 19 settembre 2007

Il mocio: cola o opera d’arte?

Oggetto onnipresente onnivoro della quotidianita’ igienica dell’orizzontale cinese, il perenne appeso, strisciante, appollaiato, ingarbugliato, irriverente, ondulante “mocio”. La sua capacita’ adattativa nei meandri sociali della comunita’ mandarina e’ indiscussa: presente nelle mense, impressionante nei cessi pubblici, si infila nelle case, si annusa nelle metropoilitane, ti aspetta al check-in e si infila al gate. Lui, figura sociale invadente, argomento fisso delle ayi (=donne delle pulizie), tarlo perenne delle intricate vicende cinesi, appare nei momenti meno opportuni e non scompare mai alla vista vergognosa. Lui ammasso grigio topo morto di spaghetti tortigliati tessutiformi legati da bastone rotondo in legno anticato da mani sudate che ne favoriscono l’alone nel sudicio sulla punta morbida del legno. Lui ossequioso nel salutarti all’entrata delle latrine delle frabbriche, li’ appeso, solenne, imperiale, davanti a te, sempre. Lui che nelle giornate d’inverno riposa dormiente al sole pallido nel tentativo della sterilizzazione impossibile ed e’ ancora lui che nelle giornate afose d’estate si mimetizza sui rami nelle ombre degli alberi a covare e rigenerare famiglie di germi che si stendono appena il gesto roto-ambulatorio-annoiato lo fa serpeggiare mollo e strascicato sui pavimenti degli uffici, sulle scrivanie, sui mobili, sui rubinetti, negli orinatoi, nei corridoi, sui marciapiedi. E’ lui che ti accompagna negli aeroporti al mattino, che ti occhieggia dalle porte dei ripostigli, che ti incanta negli angoli dei templi, che ti somiglia al mattino della domenica quando cerchi di riprenderti dalla sbronza della sera prima e ti ritorna su come un incubo e lo specchio ti ridona la sua immagine nella tua capigliatura e capisci che l’ayi lo specchio lo passa col mocio che adesso impersoni e ti cola il pensiero sovrano che forse “lui” e’ ora “te” o forse hai ancora alcool da smaltire. E mentre rinvieni lo sguardo scivola sul rubinetto la tazza la vasca e il rasoio gli e’ passato ad un filo di lama che forse anche il telefonino quel giorno l’hai lasciato sul tavolo e’ forse il display e’ sterilizzato dal suo tanfo straccio marcio che ti ritorna in mente tutto lo stato primordiale dei virus e dei batteri e ti senti parte di un mondo sconfitto di malattie starnutite e starnazzate che ora hai nell’orecchio. Lui non cede nemmeno se cerchi allora di non vederlo piu’ perche’ tanto nell’angolo buio del parcheggio sotterraneo e’ gia’ pronto nello sgabuzzino vicino alla tua auto e se non ti sbrighi esce dal secchio ti assale ti rincorre ti molesta maldestro tip tap dei tuoi piedi. E mentre entri in bagno, un guizzo, lo vedi con la coda del gatto dell’occhio col topo che sfugge e salta e ti tocca la scarpa, non ti sposi e lui si blocca ti sfida ti guarda, la scarpa umida con tracce di tazze e ceramiche e mancorrenti e pavimenti e battiscopa, una bava untuosa umidiccia che ti fa capire che sei il capolinea di una lunga striscia temporale che segui con l’occhio e ti avvolge nauseato col segno del tempo della sua continuita’ infinita che tu non c’eri e lui c’era gia’, immobile, scolpito, opera d’arte della manualita’ igienica del genere umano cinese.

Lo ammiro, lo temo, lo guardo, lo scruto...lui cola

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