martedì 21 ottobre 2008

polveri senza tempo

C’e’ un angolo del mondo, tra il mare e l’infinito, tra i mattoni e le rane, tra i tralicci e i posticci, che il mondo si ferma dal pomeriggio fino a sera. Uno spazio monodimensionale, superficialmente meno di quanto ci si pensa con abbondante densita’ proto-umana coloniale, dove verze e angurie appaiono al sole del tramonto e l’aria si riempie di voci e di catene di cicli, dove il carro ritorna e l’autocarro non passa, dove il piede cancella la ruota e il significato del tempo svanisce nella mancanza di regole. Una pre-civilta’ in ciabatte che sale dalle polveri del pomeriggio e si dissolve nelle nebbie del mattino. Non si sa come nasca, non c’e’ la scintilla scatenante della bolla senza tempo, del mondo senza regole. Stai lì e mentre osservi l’incrocio trafficato dell’angolo della via, tra un semaforo verde e un veicolo in contro mano, ecco che lento il tempo si distacca dal suolo e il limite del civile trapassa nell’essenziale della vita. Organismi di base con carretti e cartocci, pupazzi e richiami, contadini e cagnetti che si accentrano sugli asfalti mentre la vita rallenta nell’estensione del giorno. Il sole accende i colori delle verdure sui bordi del cemento, le melanzane viola scintillano tra i fagioli bianchi, le angurie rosse si aprono agli occhi, frittelle unte escono dai wok roventi e un micro-sistema vivente si anima accerchiando la moderna societa’ e lasciando strascichi di sogni di antica tranquillita’ contadina. Qui nelle periferie della fantasia che rigenera epoche di silenzi, rivive per qualche ora il passato di sudori e di chiacchiere, con il complesso mercanteggiare degli occhi e con il gesto del dito che tasta un pomodoro. Rughe sapienti e calli abbronzati, cappelli di paglia e donne accucciate, pese ad occhio e palpebre pesanti, pochi soldi e tanta attesa. Piccoli scambi di sistemi di base che ancora sopravvivono nell’incertezza del domani dei cantieri schiaccia tutto e di ghiaie stride nel moderno che cancella. Il semaforo perde significato, l’incrocio e’ uno spazio e non una precedenza, una condivisione e non una separazione. Non c’entra chi arriva, c’entra chi entra, non c’entra chi esce, c’entra chi sta. Spazi lenti nell’aria densa di movimenti regolari e concerto di odori. Persone simili in spazi conosciuti, ecosistemi dove la regola e’ una superflua costrizione di un codice dettato da altri. Qui dove il lento cancella il codice, dove il tempo si liquefa nel cielo ed e’ un sollievo dell’anima tra una onda lenta di corpi. Qui scorgo ancora la Cina del passato, il popolo sconosciuto che sbuca dalla terra e scompare nel cemento.
E tra le polveri si riaccende un nuovo giorno.

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