martedì 23 marzo 2010

Il kimchi a Torino

Non è che si voglia male nel giorno del cliente coreano in territorio sabaudo per godere del tradizionale cibo piemontese che l’acquolina induce per profumi ed esalazioni del buon vino.

Allora la signora del ristorante mi chiede: “ma i suoi ospiti sono coreani?”

Stupore e ammirazione per la piemontesina bella che ha ragionato con stile e impeto nella quadratura della faccia a occhi obliqui e non ha banalmente pensato ai soliti giapponesi shopping ricchi.

E quindi io con stupore: “Si, perché?”

E lei: “perché lo chef oggi ha preparato il kimchi e quindi glielo possiamo far assaggiare”.

Mi è caduta la mascella.

Ora io dico: la cucina coreana mica granchè, tentacoli di polipo e verdurette moribonde però poi l’odioso puzzo frizzante alcolico del kimchi, una bomba pestilenziale per fiatella e il colore rosso diabolico che trasale dalle trasparenze delle foglie di biancastre. Il kimchi è subdolo, lui inizia la sua vita dal cavolo marcio e peggiora con l’aggiunta di delicati aromi come l’aglio puzzone, erbe malate e una salsa di roba rossa per produrre un concentrato da denuncia. Il suo odore vaga in tutta la Korea, lasciando scie sui bus, negli hotel, sui treni, e nei frigoriferi. Ricordo una salita al vulcano di Jeju dove riconoscevo i turisti coreani a distanza per le scie odorose che mi ostacolavano nei boschi immacolati. Ma ora qui nel ristorante piemontese il kimchi non si abbina a nulla e non ha a che vedere con la mia sabauda bagna cauda, che comunque miete vittime e scioglie i dracula per l’elevato concentrato di aglio. Qui il kimchi non ci sta e non basta servirlo in un piatto di ceramica raffinata con decori barocchi. Eppure l’hanno fatto! Ecco allora che ritorna il peccato originale, la mela, il cibo che ti porta a sbagliare e la sbagliata interpretazione che l’uomo ha del cibo e quindi la sua condanna. Qui il cibo diabolico è già una condanna di per sé, un pentimento divino che ci dobbiamo sorbire in Quaresima per la redenzione di un tiramisu futuro. E io che prima di entrare al ristorante acquolinavo di albese con tartufo, peperoni arrosto, agnolotti al sugo, lingua al verde, bunet e invece ora sono qui davanti ad un piatto con dentro il concentrato mortale. Cioè non è che mi trovo male, perché è l’antipasto e spero che poi non arrivino tentacoli ma i dolci profumi piemontesi. E quindi tutto passerà. Ma ora sono di nuovo da loro con un catapulto temporale spaziale lavorativo culturale che da umano moderno mi muovo in aereo nei fusi orari ma poi devo combattere da medievale schermato la creatura marcita, con i suoi odori, le sue foglie mollicce e le sue nefaste fitte odorose. Anche qui al fitness center si suda fermentato e nell’ascensore si schiacciano i bottoni col fiato sospeso. Però tutto il mondo è paese e io non posso guardare il kimchi altrui se ho un gorgonzola conficcato nell’occhio. Quindi evviva l’arrivo del kimchi a Torino. Meglio l’internazionalizzazione che la globalizzazione…


http://en.wikipedia.org/wiki/Kimchi

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martedì 24 marzo 2009

Contorsioni della Globalizzazione smodata

Sembra che tutto il mondo sia concentrato a Shanghai, ma forse la concentrazione e’ il mondo, o il 'mondo concentrato' e 'Shanghai' sono la stessa cosa concentrata, un big-bang originale della globalizzazione puntuale. Questo concetto mi attanaglia giorno dopo giorno, mentre le borse tracollano, mentre si vendono i Rolex e le copie, mentre si alimentano i lattanti con le plastiche inquinate, mentre le guerre delle cifre continuano, io vivo con il mio piccolo banale assillo.
Il tutto si e’ scatenato dopo che alcuni intrecci complicati nei capelli del cervello si sono sovrapposti nei miei occhi strabicando dei concetti culminati col pensiero sovraffollato di continue circostanze e ho graficato allora il tutto per rendere digeribile il moto a luogo.
Vi elenco allora alcuni degli esempi che fanno capire che il mondo concentrico si attorciglia qui, milione piu’ milione meno:

1) il mio amico spagnolo (Spagna) che parla perfettamente italiano (Italia) ha sposato una ragazza del botswana (Botswana) con cui parla inglese. Lui lavora a Shanghai (Shanghai) in una ditta francese (Francia) ed ha un capo americano (USA)



2) a Wuxi (Shanghai) in un ristorante taiwanese (Taiwan) ho mangiato french teppaniaky (Francia-Giappone) su piatti marchiati “Picasso” (Spagna), mangiando caviale tedesco (Germania), con salgemma minerale cilena (Cile) e bevendo karkade’ (Medio-Oriente). La musica in sottofondo era ovviamente americana (USA)







3) all’americano Holiday Inn (USA) di Hefei (Cina) ho mangiato un mexican buffet (Messico) dove servivano la ‘typical italian pisa’ (Italia)



4) in Zhangjiagang (Cina), il mio amico spagnolo (Spagna) poteva capire una conversazione tra 1 businessman israeliano (Israele) e uno turco (Turchia) mentre trattavano dei tessuti, perche’ essendo loro di origine sefardi’, si capivano in spagnolo (Spagna)

questi sono solo alcuni esempi senza prendere luogo a coloro che godono di vita piu' asiatica con coreani misti a giapponesi in terre mongole o inglesi di Hong Kong simpatizzanti Taiwan in circostanze cinesi con passaporti doppi e passpartout singoli. Mi limito a qualche esempio girando l'isolato ma sono sicuro che Shanghai e' una contorsione globale puntuale e l'occhio di tutti e' facile per darmi ragione.

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sabato 7 febbraio 2009

una vita estremamente oriente





Mi imbatto in queste 3 vignette di intelligenza geniale e istintiva che riassume i tanti strampalati personaggi che inquinano il mondo estremo facendo della casa degli altri il proprio feudo di piaceri e banalita’ quotidiana, evitando di assorbire osmoticamente le differenze culturali del paese ospitante e limitandosi a criticare quello che non c’e’. E’ vero, sono ancora infantile nel vedere il mondo con ‘La nostalgia per un tempo precedente alle frontiere, per una sorta di immaginaria fratellanza’ (Colin Thubron) ma questa per me e’ l’incredibile opportunita’ di vivere in Cina, un’opportunita' che mi apre ogni giorno gli occhi e le orecchie su dettagli e su particolari del mondo mandarino, mondo complesso e frammentato, mondo in ricostruzione, mondo colorato e mondo in bianco e nero, mondo ricco e mondo povero, mondo antico e mondo troppo moderno, senza fare sottrazioni di quello che non c’e’ ma sommando tutto quello che c’e’. E capisco che il solletico quotidiano si ritaglia uno spazio privilegiato nel mio cervello con i neuroni agitati su temi e su contrasti e posso confrontarmi con amici e colleghi per capire meglio dove sono atterrato e come faccio a fondermi meglio nel contesto, sempre rimanendo diligentemente me stesso. Ovviamente rimangono tanti interrogativi, parziali accettazioni e alcuni rifiuti, ma sempre nel rispetto della cultura e del sociale che scorre tra queste vie asfaltate e tra i sentieri in pietra. Non capisco come si faccia ad essere qui e a ricercare esattamente le stesse cose che si sono lasciate a casa e a lamentarsi che qui non ci sono. Ma allora tornatene la’ dove le hai lasciate e non ti gonfiare il fegato di amarezze se hai l’opportunita’ di riempirti la testa di tante altre cose che questo lato del mondo ci puo’ offrire. Pensa al sole, che nasce prima che di la’, pensa ai caratteri che modificano il modo di apprendere dei bambini, pensa alla cucina che ti aiuta a peggiorare l’alito, pensa alla ceramica che poi dopo la cucina e’ utile, pensa a sti poveretti cosa hanno passato e come stanno risalendo, pensa agli splendidi paesaggi dal deserto all’Himalaya. Insomma ce n'e’ da pensare, e se anche la globalizzazione appiattisce tutto e la sinizzazione sta compiendo il resto facendo sparire le culture minori e capillarizzando il mondo di occhi a mandorla, cerchiamo almeno di vivere bene le differenze, assorbiamo quello che ci aiuta a stare meglio, galleggiamo sulle asperita’ sociali e godiamoci questo estremo oriente. Siamo sempre tra di noi, tra uomini e culture, ‘Apparteniamo tutti a tribu’ consimili del genere umano’ come scriveva Fosco Maraini, uno che di vita all’estero se ne intendeva. Ed e’ con questi concetti che motivo quotidianamente il mio vivere qui, cercando di sfruttare appieno il tempo a mia disposizione per non cadere in una banalita’ di un ‘espatriato’ in estremo oriente che vive di pizza e ristoranti italiani e che ha bisogno dell’autista con auto rinfrescata per andare al golf.
Viva la vita estremamente oriente e mo’ mi faccio du spaghi che e' pranzo

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