martedì 20 dicembre 2005

La cameriera si inchina e apre la porta della saletta degli ospiti permettendoci di entrare nell'elegante salotto con confortevoli sedie in pelle e un grande televisore per il karaoke; al fondo c'è un tavolo rotondo con delle sedie ben allineate. Il tavolo è perfettamente apparecchiato con il classico tovagliolo ripiegato nel bicchiere che segna la forma della testa del pavone per il capotavola e delle piume per gli altri commensali. Quando il più importante commensale si siede a capotavola anche gli altri ospiti possono sedersi ed è un continuo avvicinarsi vicendevole offrendo la sedia al vicino. Appena tutti si sono sistemati ha inizio la cerimonia del cibo.
Una cameriera porge i menu già aperti sulla prima pagina partendo dal posto d'onore mentre un'altra si preoccupa di versare il delizioso e profumato tè verde nelle piccole tazze alla destra, un'ultima prepara il tovagliolo pizzicandone un angolo sotto al piattino centrale e posizionando le bacchette alla destra del piatto. Il piatto è usato per depositare gli scarti e gli avanzi e viene continuamente cambiato dalle cameriere in modo da averlo sempre pulito. Inizia la conversazione tra i commensali per scegliere le bevande che accompagneranno il pasto: si decide per del liquore di riso nel bicchierino piccolo, quello dei brindisi, mentre il bicchiere al centro ha l'acqua leggermente calda, il terzo avrà del vino (che sta diventando di moda anche in Cina) o della birra o, per le signore, un succo analcolico per evitare le bevande alcooliche ritenute liquidi diabolici adatti solo alle prostitute che devono far ubriacare i loro clienti.

Il capotavola chiede spiegazione sulla preparazione dei vari cibi e ordina molteplici portate per poter assaporare tutti gli ingredienti che rendono famoso il ristorante e la tradizione del luogo: piatti freddi a base di verdure, di anatra e di maiale, zuppe calde di funghi o di pollo ruspante, piatti con pesce, crostacei, vitello, tofu, verdure saltate, etc. In breve tempo i camerieri entrano e sporgono i vassoi con le portate ordinate, partendo da quelle fredde, subito disponibili, arrivando alle pietanze calde. Le cameriere si adoperano per far posto ai nuovi piatti, ricomponendo infinite volte la disposizione del cibo sulla tavola girevole. I commensali amano questa attenzione al piatto girevole centrale e, mentre si servono con le agili bacchette di legno, innalzano anche i calici incrociando gli sguardi del vicino. Ha quindi inizio il momento dei brindisi, i famosi "ganbei", con i commensali che a turno si alzano in piedi lanciando frasi di auspicio e invitando l'amico a svuotare il bicchiere.

Il banchetto diventa quindi un susseguirsi di rituali, mentre le cameriere continuano il loro lavoro silenzioso riempiendo i bicchieri e versando il tè nelle tazzine, togliendo o ricomponendo i piatti di portata e sostituendo i piattini centrali di fronte ai commensali.
La responsabile del tavolo si prende cura dei cibi affinchè vengano serviti con tutte le coreografie: zucche e carote scolpite a forma di colomba, di cigno, di gru, il tutto preparato con sapiente scelta di colori per far risaltare le pietanze. La tavola imbandita diventa allora anche una gioia per gli occhi mentre le papille gustative si soffermano sui sapori agro-dolci, sui salati, sulle salse di accompagnamento. E mentre i commensali apprezzano e gustano i cibi c'è anche un continuo scambio di brindisi, con i bicchieri che si svuotano

e la conversazione che si fa più animata e più scherzosa man mano che le bottiglie di birra e di vino si accumulano vuote sul tavolo nell'angolo della sala. Le cameriere continuano infinite nel loro lavoro attivandosi con sorrisi spontanei appena un commensale le richiama. La cena dura a lungo come una piacevole passeggiata nei gusti e nei sapori mentre si incrociano i discorsi. Alla fine il grande brindisi conclusivo, mentre tutti si alzano in piedi inneggiando ad un futuro prospero e alla fortuna. Ci si lascia con un senso di appagamento, sorseggiando l'ultima tazza di tè al gelsomino, portato apposta per favorire la digestione e per lasciare la bocca profumata. Ora la stanza è in mano ai camerieri che in breve la libereranno e la prepareranno per il prossimo banchetto.
LO SPECCHIO

Ma perchè dobbiamo infilarci in sto salone con scale mobili e camerieri immobili che salutano in falsa riverenza, con ossa che saltano dai tavoli e gambe che si frantumano sui gradini, sputazzi che si rincorrono mentre il fumo di sigaretta si arriccia azzurrognolo mischiandosi ai lenti vapori di una zuppa di pollo alle vongole. Si passeggia tra i rumori gastrici che rieccheggiano come eco rasando l'unto delle pareti e aggiungendo poesia al cataclisma culinario in atto già dalle 5 di pomeriggio in questo ristorante multipiano, take away, drive in, bruce lee, kitsch. Colonne dorate con capitelli spaziali, luci immondizia con tubi catodici, acqua rigurgitante nella fontanella con pesci rossi sonnolenti e giustiziabili nei momenti di magra, finti quadri alle pareti con effetti anticati e cornici plasticose storte finto-tarlate completano il colpo d'occhio in una nuova forma di tortura psicologica. Desisto, mi abbatto e mentalmente mi prostato (participio passato di prostata): qui bisogna mangiare, qui devo in qualche maniera sopravvivere.
Ci si infila in una stanza tramortita, con cameriera inglobata nella tappezzeria e divani in finta pelle pronti ad appiccicarsi alla mia vera pelle in una commistione di malattie già presenti. Il mio peso sgnacca la molla rotta del cuscino e mi buca il pantalone mentre la tovaglietta poggia-testa scivola dalla nuca pizzicandosi nella giacca e me la porto via con il suo peso del tempo e la sua primitiva amicizia ai riporti e ai parrucchini tinti. Ci avviciniamo al tavolo meccanicamente, agitati dal succo gastrico che irrompe. Le cameriere blandamente si rianimano in uno slancio emotivo e mi porgono al contrario il menu in solo cinese. La tovaglia in pellicola di plastica già si appiccica sotto le braccia umidicce e mentre tento di afferrare le bacchette tiro su tutta la posateria. Qualcosa cade, il tavolo gira, la birra si stappa, la cameriera la versa oltre il bordo del bicchiere e inizia l'allagamento della tovaglia.
In una successione sfinente e crescente di grida si ordinano i piatti: la cameriera urla piatti al mio vicino che urla ricette alla cameriera, interviene un terzo che urla cercando l'amico e per magìa della cenere di sigaretta mi vola sulla spalla annerendomi la camicia, prodigio di SaiBaba cinese. Non si sa cosa abbiamo ordinato perchè i 2 continuano ad urlare contemporaneamente ma qualcuno parte verso le cucine-latrine per urlare altri piatti che forse abbiamo scritto sul fogliettino unto dal tempo e dalla salivazione mentre il fumo di sigarette si stratifica nell'aria sudata. Vedremo ma per ora c'è nebbia e non vediamo. Arrivano le prime portate: cavoli

melmosi, maiale in carta-vetro, zuppa-sciacquo-di-fango, tofu-tanfo. Ottimo per l'unione degli odori che fanno risaltare profumazioni primitive che hanno fatto estinguere i dinosauri. Qui si continua non curanti del giurassico mentre una lisca sputata dal vicino mi finisce sulla scarpa incollandosi clamorosamente sulla mia scarpa italiana in pelle da 150Euro, tanto lui è in ciabatte e la formaggia piedosa al massimo raduna gli insetti sotto alla tovaglia.
Intanto il tavolo girevole impazza in una danza da luna-park con effetto centrifuga del cibo e centripeto della digestione mentre le cameriere scivolano sul pavimento già unto in una danza holiday-on-ice e qualcuno apre il liquore di riso per colpire duramente anche le budella e ha inizio il Circo digestivo con domatore incorporato. Il gusto tra la chimica e il veleno brucia le interiora e maledice il bolo che già si stava incollando alle pareti intestinali pronto per salutarmi durante la notte con rigurgiti e rinvenimenti maleodoranti. UAAAAAAAAAAAah, mi accartoccio su me stesso perchè mi hanno infilato del tè bollente su una mano, non curanti della sensibilità dell'epidermide abituata al mondo terrestre e non alle viscere dei vulcani. La ragazzina indifferente dallo sguardo robotizzato prosegue nel mietere vittime e nel bagnare la tovaglia: "certo, se spargi il tè dappertutto prima o poi la tazzina la centri" ma non ho voglia di dirlo tanto è inutile e mi lecco la mano.

Ormai il cibo avanzato e raffreddato naviga nel tè e la tavolata si riduce a moleste e fragorose risate, "ganbei" (brindisi) mi urlano e si alzano i bicchieri con riti satanici e alito di serpente. Si svuotano i liquori maligni e iniziano i vapori flatulenti ad uscire dagli sfiati. Mi defilo, saluto riverente, abbraccio tutti quanti nei loro sudori impiastricciati, ganbei, gambe e via, mi sottraggo alla giustizia sommaria della cena virulenta e mi rifugio in un taxi dove uno sguardo assonnato e una cicca pendula tra le labbra percepiscono la mia destinazione e via dal parcheggio-scoreggio. Sono sopravvissuto, ora mi attende il letargo-digestivo, sperando di passare indenne la notte e di rivedere un'altra alba.
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