lunedì 10 settembre 2007

Huashan (marzo 2005)

domenica 10 luglio 2005


Ho appena abbandonato l'ennesimo cantiere stradale nel polverone rumoroso e caotico della Cina che progredisce e avanzo solitario verso il silenzioso monte Huashan, meta mistica e monte sacro del taoismo sin dai tempi antichi. Mi ritrovo nello spelacchiato giardino di un tempio taoista e vengo rapìto dall'odore di incenso bruciato e dalla tranquillità del luogo. Il freddo dell'inverno rallenta i già blandi ritmi vitali mentre alcuni monaci fanno piccoli lavori di pulizia sommaria sul selciato del tempio. La porta d'ingresso del monte coincide con la porta d'uscita del tempio: esco. Il freddo pungente del mattino mi fa capire che non sono più a contatto con la comoda e riscaldata civiltà cinese ma sono entrato nella natura ancora addormentata dall'inverno. La strada che porta in cima al monte è larga e comoda, di una bella pietra recente, brutto segno del turismo calpestativo a scapito delle sacralità contemplativa del luogo.
Mi guardo intorno e ammiro le ripide pareti rocciose della valle stretta che accompagnano la strada. Al fondo appare un giovane monaco che scende rapido con le sue silenziose scarpe di panno e la sua acconciatura con i capelli raccolti a rapa sulla testa. Mi sorride spontaneo, si ferma, mi saluta "Hello, how are you". Sono stupito: normalmente i cinesi mi trattano come una macchinetta, con un banale "Hello", per farmi capire che hanno notato che sono occidentale ma niente più per poi ridiventare trasparente, inesistente. Lui invece si è veramente rivolto a me e aspetta un segnale umano, un contatto. Lo ricambio, scambiamo qualche semplice parola: lui si sforza di dire più di quello che sa, io pure nella loro lingua ancora per me complicata.
Riprendo il cammino con già un altro spirito, uno spirito che sgorga dal monte. Sento già la differenza tra meta turistica e luogo di contemplazione. Non sono venuto a "vedere" il monte ma sono venuto a "sentire" il Monte. Guardo le celle scavate nelle pareti granitiche, guardo gli scalini ripidissimi tagliati nella roccia, trovo le piccole grotte sacre con le immagini dei santi. Cerco di capire il significato di tutto questo e mi devo ricondurre ai monaci eremiti che hanno abitato per secoli questo posto dialogando e cercando la retta via, la via non tracciata da Confucio troppo vincolato alle origini famigliari e non riconducibile agli insegnamenti del Buddha ritenuti troppo "spirituali". Questo contrasto che lega il taoismo all'immobilità del tempo e alla fragilità dell'uomo sulla natura qui è ancora presente. In alto si vedono alcune celle irraggiungibili, intrappolate sui costoni, appese alla montagna e comprendo la precarietà della condizione umana richiamata dall'insegnamento: questa è la forza della semplicità del taoismo che si unisce alla natura con la passività della contemplazione.
Mentre rifletto continuo ad arrampicarmi e come tutti i monti cinesi famosi inizia la lotta con gli infiniti gradini, tanti, ripidi e soprattutto irregolari. Le scale sono tagliate nella roccia eterna con un fine lavoro di scalpellini già osservato nelle Huangshan. Anche qui ci sono le cooperative di portatori e anche qui questi poveracci arrancano sudati, silenziosi nello sforzo. A tratti si fermano per recuperare il fiato mentre il freddo dell'inverno condensa in vapore i loro sbuffi e le loro spalle fumano disperdendo il prezioso calore. Anch'io arranco con il mio piccolo zaino e cerco di salire nel tentativo di ammirare il panorama dall'alto. Arrivo al picco Nord, dove già si gode di una vista superlativa verso le valli laterali: costoni scoscesi con pini aggrappati si riversano in basso verso le valli strette. Un falco prova a lanciarsi in volo ma rimane solo il suo sordo e acido grido mentre agita le ali al vento dal suo comodo spunzone di roccia. Mentre osservo le sue piume scure risplendere al sole riprendo il mio cammino e continuo a salire.
Ora il vento invernale si accanisce sulla mia faccia schiaffeggiandomi e alcuni turbini di neve si agitano tra le mie gambe. Il freddo penetra nei vestiti e mi ricopre le ossa addormentandomi i riflessi e riducendomi le energie. Cerco di capire se è giusto proseguire o se è meglio ridiscendere nella civiltà riscaldata. Un miscuglio di orgoglio, voglia di capire, voglia di vedere e contemplazione mi assale, ridando calore ai muscoli e decido quindi di proseguire. Per il freddo l'acqua che ho acquistato si è completamente ghiacciata (e non riuscirò a berla fino alla discesa il giorno dopo). Arrivo in punta al monte accompagnato dal vento che parla tra le ultime foglie degli alberi e sibila tra le conifere. Sono pressochè solo e ammiro dall'alto il bellissimo panorama mentre mi riparo come posso contro la roccia: si vedono infinite successioni di valli e di picchi taglienti e lo sguardo spazia all'infinito fino al cielo azzurro intenso dell'inverno. Adesso ho veramente freddo e ridiscendo per cercare una tana dove dormire. Mi rifugio in un edificio vicino ad una grotta sacra. L'edificio ha alcune stanze, ovviamente non riscaldate, che vengono affittate. Un solerte ragazzo cinese in mocassini e giubbottino trema vistoso e mi apre la porta di una stanza. Il vento entra con noi e turbina con la corrente delle finestre perchè il vetro non arriva a coprire tutta l'apertura. Prendo una stanza con due letti per un semplice motivo: il lenzuolo del secondo letto mi serve a coprire le fessure dei vetri, la coperta del secondo letto la metto sulla mia, il sottile materasso del secondo letto raddoppia il mio e mi permette di isolarmi un pò dall'aria del suolo. Mi preparo un giaciglio nell'angolo più protetto e mi imbozzolo. Sono le 7, calano le prime ombre della sera creandomi uno spazio caldo all'interno delle coperte umide. Vado a dormire.
Mi sveglio verso le 5 per seguire la nascita del sole. Adesso è ancora buio e il vento si è calmato e sta dormendo nel bosco. L'aria non è fredda come ieri pur essendo notte. Nel cielo scuro scintillano miliardi di stelle che si staccano sopra le montagne definendone i profili. Salgo sulla terrazza del picco Sud e attendo l'arrivo del sole. Lentamente le cime delle montagne si delineano dalla profondità del cielo e lo sfondo inizia a colorarsi di blu. La linea dell'alba diventa netta e i colori rosa e arancione annunciano l'imminente sole. Il tutto è abbastanza veloce e mentre un gatto mi si struscia sulla gamba con la coda alzata e tremolante, il sole inizia a galleggiare sulle punte dei picchi. Avanza molto rapido proiettando lontano i profili delle montagne. Incontro anche due ragazzi americani ancora imbozzolati come involtini nelle loro coperte. Ammiriamo insieme questo spettacolo che riempie gli occhi di luce e ci scalda di una intima tranquillità. Restiamo qualche attimo rapìti dalla bellezza del panorama, poi decidiamo di ridiscendere e andiamo a goderci un tè caldo e qualche biscotto in un alberghetto più in basso. Anche il gatto ci ha seguiti e inizia a miagolare e a strusciarsi sulla roccia colorata dal sole.
Continuo solitario il mio giro dei picchi: il monte è composto di 4 picchi principali secondo i punti cardinali e sono tutti visitabili in breve tempo. Da ognuno è possibile osservare un bel panorama e mi soffermo soprattutto su quelli Ovest ed Est, i più maestosi e i più "panoramosi". Mi accorgo però di aver tralasciato il mio spirito di contemplazione per il puro sfogo egoistico del raggiungimento della meta. Rientro allora nei miei pensieri cercando di rispettare il luogo per la sua vocazione meditativa anche se continuo a calpestare la roccia turistica per godere di ogni angolo del monte ancora sonnolento nell'inverno. Rimango in cima per qualche ora a vagabondare per i tanti sentieri innevati e per le nude rocce levigate dal vento. Poi ridiscendo lungo le ripide scalinate che ho tanto odiato in salita e che continuo a odiare in discesa. La giornata oggi è magnifica, il sole alto risplende e brilla sull'ultima neve mentre oziosi gatti godono del calore dei raggi. Una rapida carezza per molestare il loro riposo e mi allontano continuando la discesa lungo la valle. Arrivo al fondo e mi guardo indietro per ammirare per l'ultima volta un luogo di contemplazione e di rispetto, poi mi infilo in un pullmino che inizia ad inseguire l'asfalto in una corsa inutile verso la presunta civiltà

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il festival del ghiaccio di Harbin (14/1/05)

venerdì 18 marzo 2005


Questa volta l'ho fatta grossa, ma non è l'epilogo di un'abbondante pranzo ma più semplicemente è l'esito di un viaggio che mi ha spinto a partire per il nord della Cina in pieno inverno per approdare nella gelata regione dello Heilongjiang e visitare il Festival del Ghiaccio di Harbin. Harbin è la capitale di questa regione ai confini con la Siberia (Vladivostok è più a sud) ed è appoggiata sulla congelata pianura della Manciuria sulle sponde del congelato fiume Songhuajiang. Ivi vivi vi si contano 10 milioni di pinguini boreali con le mandorle. La temperatura media annuale è 4°C e d'inverno traballa tra i -30 e i -10. Il suo scoppiettante business si lega alla grande tradizione dell'industria pesante-monumentale grazie agli scambi del passato con il pachiderma URSS. In città sono ancora presenti questi legami e ci sono ancora costruzioni Russe dei primi '900, quando in città si trovava un'alta percentuale di bianchi ed erano presenti anche 20,000 ebrei (in prevalenza russi) che rallegravano i simpatici orientali con i loro giochetti nelle banche. Oggi rimangono ancora alcuni russi (ubriachi) ma quelli di religione ebrea, dopo alcune piccole (sop-)pressioni subìte durante la rivoluzione culturale, si sono volatilizzati migrando come cicogne in USA, Canada e Israele e portandosi via anche le banche. Ora il tutto è in mano ai cinesi.
Però non è di storia e geografia che ci dobbiamo preoccupare, bensì di come arginare il freddo pungente per godere al meglio dello spettacolo del ghiaccio. Motivato come un grizzly in autunno in periodo pre-letargico cerco di farmi crescere il pelo invernale e mangio salmone crudo per il necessario strato di grasso, ma 2 giorni d'anticipo non bastano per l'impresa anzi, rimedio un cagotto. Opto allora per la tecnologia e alla partenza da Shanghai decido di mettermi calzamaglia antisudore, 2 paia di calze sintetiche, 1 maglione, 1 pyle, guantini in seta, guanti goretex e cappello. Ad ogni movimento faccio scintille come un fuoco d'artificio e in aereo mi disattivano per non interferire con gli strumenti di bordo. Quando scendo mi sento imbottito come un krapfen alla crema e fuori fa "solo" -20°C. Il freddo non mi spaventa, a parte la semiparesi alle guance, unico contatto diretto della mia epidermide con l'ostilità del clima. Mi infilo in un taxi che sputazza smog all'interno dell'abitacolo e mi avventuro nella cittadaccia: architettura eccellente con grovigli di stradoni congelati, casermoni in cemento e vetri azzurrati e qualche costruzione nuova moderna, segno del progresso che avanza anche qui.
Non è una città morta come si potrebbe pensare anzi, la gente abbonda sui marciapiedi e migliaia di spalaneve e strappa-ghiaccio con scopette, palette, grattini sono riversati sulle strade per rendere meno sciiiivoloso l'asfalto ghiacciato. L'autista pennella curvoni in leggero controsterzo, anticipa le frenate, guida morbido e sicuro agli ingressi dei cavalcavia, ma qualche incidentino qua e là si vede con macchine un pò accartocciate e gente che discute animatamente. Arrivo in hotel e discuto il prezzo con il taxista. O-animale sta tentando di fregarmi facendo correre il tassametro al doppio della velocità: segna 80km di strada quando ne abbiamo percorsi 40. Scenetta già vista più volte quindi inizio a scegliere dal mio catalogo "facce e mimi" sezione "tassisti fregoni" alcune espressioni cupe e serie. Mi imbroncio nella classica posa del clown a cui non è riuscito il numero e non mostro i soldini che lui si aspetta. Allora lui si nasconde in una complessa smorfia chiamata "ho ragione io ma tu-cliente puoi scegliere se pagarmi o no e io so che tu sai che ho cercato di fregarti però ho comunque ragione io e mi devi i soldi che ti ho chiesto". Nello stesso manuale ho letto la contro-mossa e gioco anche il jolly, quindi lo fisso negli occhi e gli dico nella mente: "hai tentato di fregare un occidentale, ma ti ho beccato e non ti pago" mentre cerco di annientargli il pensiero e lo riconduco alla fase della pubertà. Faccio intervenire il jolly, un militare di passaggio a cui racconto tutto e fingo di prendere il numero di targa (se mai lo denunciassi alla sua agenzia di taxi lui perderebbe subito il lavoro). Il tassista cambia espressione e la mascella gli scende per gravità, allungandogli le guance come un cocker mentre il suo occhio si addolcisce nel tentativo della compassione e inizia pure a scondinzolare. Il teatro dura a lungo e già ci sono file di passanti fermi a guardarci. Lui capisce che può solo rimetterci da questa situazione perchè anche il tempo gli gioca a sfavore quindi, spossati dalla performance, gli allungo qualche soldino e lui accetta.
Dal nervoso ho fuso la neve intorno a me e gli alberi sono germogliati in uno slancio di primavera. Riprendo il mio cammino perchè sono arrivato qui per altri motivi. In breve mi trovo nel parco cittadino che ospita alcune sculture in ghiaccio. Il ghiaccio viene prelevato dal fiume congelato e viene tagliato in mattoni che servono a comporre i monumenti e le statue. All'interno di questo parco si ospita anche l'annuale gara internazionale di sculture di ghiaccio, dove squadre agguerrite con motoseghe, scalpelli e punteruoli, incidono gli enormi blocchi (2 metri cubi circa) per ricavarne delle figure.
Le squadre arrivano da tutto il mondo: Germania, Svizzera, Austria, Russia, Estonia, Giappone, Cina, e con mia sorpresa c'è anche Singapore (che il ghiaccio lo vede solo al bar nei cubetti) e la Malaysia (che sono i baristi di Singapore). Il risultato è veramente encomiabile e i cubi vengono trasformati in svariate forme astratte o figurative: animali, personaggi, oggetti. Bella la fantasia e la capacità espressiva che viene donata all'acqua cristallizzata. Nel mio piccolo faccio vincere la squadra cinese che ha rappresentato una carpa che guizza nervosa fuori dall'acqua per afferrare un insetto di passaggio. Una scena piena di movimento ricavata nell'immobile e fermo ghiaccio. Complimenti.
Mentre osservo le varie sculture mi accorgo di aver dimenticato i piedi da qualche parte... no ci sono, sono ancora lì, sotto le caviglie, allora sono congelati. Mi rendo conto che tutta la mia imbottitura non riesce ad isolarmi dal suolo. Dovrei andare in giro con dei tostapane per i piedi e mentre penso all'invenzione del secolo decido che forse è meglio battere in ritirata e mi infilo in un delizioso ristorante russo con pizzi alla tovaglia, salini in cristallo lavorato e un caminetto scoppiettante al fondo della sala. Magno brodaglie e zuppotti incandescenti con abbondanti patate, cipolle e presunta carne. Vabbè, comunque decente, soprattutto per l'atmosfera casalinga, il tepore che riscalda gli ossicini e i rutti all'idrogeno che ravvivano il fuoco.




Il giorno dopo mi avventuro all'altro parco cittadino, quello appena fuori città verso nord, dove in uno spiazzo molto vasto i simpatici cinesi hanno allestito una specie di MiniItalia di ghiaccio ma con monumenti in grandezza naturale alti più di 20m. Sti pazzi hanno ricreato pagode, palazzi, archi tutti completamente di ghiaccio, con blocchi cavi al centro per permettere ai tubi al neon di infilarsi e di allucinarci di sera con la poltiglia di colori dagli effetti deleteri. Mentre la sera il tutto si traduce in una nausea colorata, l'effetto di giorno è da fiaba: non ci sono rumori perchè il ghiaccio e la neve ovattano qualsiasi onda sonora, il sole splende in un cielo leggermente azzurro, l'aria sa di neve e tutt'intorno è bianco o trasparente. I muri di ghiaccio lasciano intravvedere forme distorte e nascono riflessi inconsueti. Sembra di vivere in sospensione, in una situazione in cui manca qualche ingrediente ma non si capisce cosa. Sono sicuro che tra poco mi comparirà un elfo che rapido e curioso mi si avvicinerà, mi sorriderà e si allontanerà sfiorando il suolo senza far rumore. Forse sono caduto vittima di un incantesimo... le cipolle di ieri, sti presunti russi, cerco di capire ma sono distratto.
Forse il fatto che manchino i colori, forse l'aria inconsistente, forse il freddo. Mi sento il pensiero rallentato ma sono sereno. Giro conscio della mia ubriachezza cerebrale, pattino cauto strascicando i piedi nei corridoi ghiacciati per non cascare, tocco i muri trasparenti che emanano una solida e rassicurante freddezza. Ci si sente in pace eppure sono a -20 tra dei monumenti di ghiaccio, che non è la condizione normale per noi mammiferi. Sguazzo tra le opere e cammino lungo gli spiazzi di neve, ripercorro più volte i posti per non perdere niente mentre il sole si alza sempre più nel cielo del mattino e mi scalda la schiena. Lascio il parco alle spalle con la neve che crocchia compatta sotto i miei piedi, unico rumore che ben si amalgama in questo quadro polare. Ecco l'ingrediente che mancava: i cinesi

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ricetta

lunedì 7 marzo 2005
1) andate nella bassa Padana, preferibilmente dopo una inondazione
2) raccogliete 3 metri cubi di fanga molla e mettetela nel baule
3) andate a casa e rovesciate la fanga ancora molla in salotto sul tappeto persiano (onde non insozzare il palchetto)
4) prendete vostro fratello e fategli mettere gli stivali
5) mettetelo lì davanti a voi
6) prendete la frusta e scioccatelo, cioè dovete fargli assumere l'occhio pallato dallo shock
7) nello stesso tempo fategli assumere una postura deficente-eroica, magari con un braccio fesso un pò in avanti
8) ditegli di stare fermo... per sempre
9) spalmategli la fanga addosso con spatole e mani ricoprendo accuratamente tutto il corpo (spessore di fanga a piacere)
10) accendete il forno a 1000°C
11) cuocete vostro fratello per una ventina di ore fino a che la fanga non assume il tipico colore della terra-cotta
12) tiratelo fuori e servitelo (vai al termine della ricetta al punto 18)
13) prendete tutti i fratelli, zii, cugini, amici e nemici che avete e ripetete l'operazione da 5 a 12 modellando le posture a vostro piacere
14) affittate uno spazio all'aperto per mettere tutti i pupazzi cotti (dovete farne circa 10,000) 15) prendete un cavallo (attenzione che in ascensore magari non ci passa e dovete dirgli di fare le scale)
16) ripetete l'operazione da 5 a 12 ma al posto della faccia eroica dovrete dirgli di fare una faccia tra lo sdegnato e il disinvolto (se avete il 45 giri di "Furia il cavallo del uèst" metteteglielo su)
17) annodategli la coda
18) andate in cortile con tutti i pupazzi e gli animali, posizionateli in file a vostro piacere ma in modo che siano ordinati uno dietro l'altro. Alla fine riempite il tutto di terra
19) avvertite l'amministratore di non preoccuparsi per l'odore di crostata bruciata, perchè tanto al piano di sotto fanno il fritto di pesce sul balcone e nessuno gli dice niente perchè è avvocato e poi il cane del 4° piano disturba durante la notte già da 2 anni ecc. ecc.
Perfetto, avete fatto l'esercito di terra-cotta. Tra 2,000 anni, se un robot-operaio o un alieno multicolore scaverà un pozzo e troverà un pezzo di vostro fratello, forse scopriranno un altro esercito di terra-cotta.
Ringraziamo l'imperatore Qin Shin Haung per aver inventato le code perchè in fondo l'esercito di terra-cotta non è altro che una qualsiasi stazione ferroviaria o metropolitana (non cinese perchè l'amico Qin ha fatto le file ordinate). Senza di lui saremmo meno stressati.


PS: all'amico Qin con meta-messaggio ad altri strepitosi personaggi con idee originali e bizzarre: se ognuno di noi si facesse la tombetta come te (15,000mq) non ci sarebbe più spazio sulla Terra nemmeno per i campi di calcio. Io ti farei pagare l'ICI ma non so dove spedire il bollettino.



Nota: l'esercito di terra-cotta è la cinesata più nota nel mondo con la muraglia cinese. La si conosce più in Italia che non in Cina e un reportage alla televisione dà molti più dettagli di quelli che si riescono a vedere e capire in realtà (la balconata è distante una decina di metri dal primo fesso-cotto). Quindi, per approfondimenti, leggete qualche sito internet o compratevi qualche libro perchè è sicuramente più efficace di una visita.

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domenica 9 settembre 2007

le montagne gialle (Huangshan)

mercoledì 3 novembre 2004

...e mi sono anch'io preso la mia libertà andando sulle montagne gialle dopo aver terminato la visita missionaria a Wuhu, strepitoso centro di niente, ombelico del lombrico, nella depressa e povera provincia dell'Anhui. Per arrivare alle montagne sono dovuto salire sul treno dei contadini (vuol dire "sedili duri", vuol dire "i treni dell'altra classe") passando le mie tranquille 5 ore tra carte da gioco sui tavoli, occhi che mi scrutano, rutti, sacche che cadono, bambini che cadono, mele che si sbucciano, bambini che si sbucciano, mamme indifferenti, semi che si sputano, rantoli di sputi e sputi che vagano speranzosi di centrare il lavandino ma che inevitabilmente si infrangono colando sulla parete, thermos che passano per rigenerare il tè verde, carretti di prodotti impossibili. Ovviamente non ho posto perchè in questa classe non ci sono i posti assegnati, e il cinese "dell'altra classe" abituato alla lotta di classe, infinocchia con classe l'agguerrito occidentale riempiendo tutti i buchi possibili sulle panchette e lasciandomi lì, inebetito, nel corridoio.
Cerco un pò di tranquillità accucciandomi tra un vagone e l'altro, tra il lavandino (aiuto!) e un altro presunto mammifero accucciato (è morto?). Ci si dà fastidio per far passare il tempo, ci si urta, ci si spinge, ci si fuma addosso, si mette lo zaino in modo che cada sempre (questo lo faccio io), e il bambino gioca sul mio alluce, perchè un pò più in là non dà fastidio a nessuno e allora predilige darmi fastidio addosso. "Chi ti ha generato non può riprenderti e riassorbirti?" penso tra me e me, ma lui è un bimbo ed ha pure la faccia carina, con la testa tonda e rapata e gli occhi scuri e vispi che scrutano dai tagli obliqui del viso. Il tempo passa, mi sorridono, mi chiedono se sono dello Xinjiang, cercano di parlarmi ("hai un buon alito tu, perchè non parli con i tuoi amici nell'altro vagone?"), vogliono sapere, sono curiosi, si intromettono, parole in inglese "hello", "good", "sank-you", "hauariu" e ridono, denti d'oro, pochi denti, denti sani, denti anneriti dalle sigarette. La mia fermata arriva, è buio, mi affaccio alla porta del vagone e gentilmente mi spingono con uno spigolo di un enorme cassa di cartone trafiggendomi la 4^ vertebra. Mi giro con sorriso ebete, ringrazio della frattura, maledico il carico e parte della sua dinastia.
Prendo un taxi per arrivare alle pendici del monte, il taxista è del luogo e mi offre una camera di albergo dove lui conosce (vuol dire che mi fregheranno dei soldi), accetto perchè sono le 11 di sera e non ho tante scelte. Entro in stanza, provo a lavarmi ma noto delle incongruenze estetiche dello specchio e la non raffinatezza della ceramica della vasca, per di più il colore fanghiglia disomogeneo della biancheria da bagno stona nettamente con il raffinato fumè scuro di umidità che fiorisce tra la porta e la parete e opto per una più semplice immagine virtuale della doccia, poi mi butto su un letto decente con spesse coperte di lana. Fuori fa fresco, il cielo è stellato, domani si cammina. Il mattino dopo mi compro dei biscotti, le mele, l'acqua e il cioccolato e la mappa del posto e parto tranquillo.
Il posto è famosissimo in Cina ed è riconosciuto tra i primi posti delle "montagne più famose": poeti e pittori si sono ispirati e si ispirano tutt'ora, gli innamorati salgono per saldare il loro amore eterno, però ci sono anche migliaia di turisti che ogni giorno calpestano la pietra della montagna, vomitati da una decina di aerei giornalieri che collegano tutta la Cina a questo posto. E allora ci sono gruppi con cappelli gialli, verdi, rossi, blu, bianchi, gialli e blu, bianchi e rossi, bandierine rosse che richiamano gruppi con cappelli rossi, bandierine gialle con file di cappelli gialli, bandierine abbassate perchè hanno perso i cappelli, cappelli solitari che hanno perso la bandierina, cappelli dimenticati, capelli senza cappelli, riporti. Io cerco di zigzagare, evitando la stazione della funivia, dove si ammassano i turisti per andare in su, affamati di dire "sono andato" e non di cercarne l'intimità del luogo e il motivo ispiratore dei poeti e dei pittori. Il turista medio è quindi arrivato in aereo, trasportato in pullman con una notte in albergo, con assegnato il cappello e la bandierina, vestito con mocassini neri, calzoni e giacca flosci, magliettina, borsello e parte per l'avventura artificiale del grande show cinese.
Tutto diventa comodo, facile, di massa, organizzato con hotel e ristoranti in cima, con guide e megafoni, con funivie e fotografi al seguito per immortalare, antenne di telefonini, surrogati di avventura. Però la massa si accalca in alcuni punti chiave: il pino degli innamorati, un banale pino che si biforca (e sono centinaia a osservare il pino), il pino a forma di pavone (può sembrare un formaggio, un auto, un'antenna satellite a seconda di come lo guardi), il pino dove è stato fotografato DengXiaoping (ma perchè continuano a guardarlo, lui è morto, non c'è più), il picco del Loto a 1850m (qui faranno sicuramente un ascensore da 30 posti con DVD incorporato), e bisogna ammirare l'alba alla "scimmia che guarda il mare", un sassetto erratico su un picco con un bel panorama sotto. Sono arrivato su anch'io, sono stanco, trovo un letto e vado a dormire.
Al mattino dopo, evitando con cura i posti turistici, il luogo diventa incantevole, il cinese si dirada, scompare, e lascia alla mia libertà la scelta del sentiero con passeggiate stancanti su e giù per le imponenti scalinate ricavate lungo tutto il massiccio montuoso. Opera immensa, questa delle scalinate in pietra, con gradini riportati o scavati nella pietra, con passaggi a sbalzo sul canyon, tipico esempio della volontà di un popolo comunque infaticabile e lavoratore. Mi lascio trasportare dai profumi dell'autunno che arriva, trovo i fagiani, gli scoiattoli, il picchio, oggetti animati che il cinese non vede più, li percepisce solo come potenziale cibo, non sono nella brochure pubblicitaria, nella foto panoramica colorata artificialmente con fitri rossi. Io allora sprofondo nella natura da solo, in scenari apocalittici, con torrioni granitici smossi nel tempo dai terremoti e lisciati dai venti, natura intatta, pini contorti che crescono nella roccia, sorbi con le bacche rosse, aceri, frassini. Un'incontenibile bellezza naturale che va oltre il visibile, si annulla nelle umidità del cielo profondo e dipinge gli ultimi torrioni come scenografia impalpabile. Veramente un posto incantevole, degno del Signore degli anelli. Mi sento parte di un film, con le forze del male che mi inseguono, fischiando tra le pareti con i richiami grotteschi degli uccelli nel bosco e io protagonista che devo camminare per sfuggire: passo il canyon, con uno strapiombo di 1000metri, cammino sulla passarella a sbalzo, passo "il ponte degli immortali" (forse c'è anche Highlander qui in tenda con Braveheart che fanno picnic), salgo fino al "picco delle nuvole che si dissolvono" (sti nomi poi...).
Ecco un megafono che rompe l'incantesimo, sono di nuovo in cima al monte, vicino alla "civiltà", un hotel nasce incastrato tra le rocce, un ristorante sbuffa vapori al minestrone, una ragazza richiama i turisti, monili, ciarpame, bastoni turistici, scritte beneauguranti vengono incise su placche di bronzo. Di nuovo l'incubo dei cappellini, cappellini dappertutto, bandierine, sigarette, rumore, raschi polmonari generano smeraldi mucosi a comporre mosaici scivolosi, una bimba raccoglie le ultime tre corolle di un fiore giallo e un'ape si allontana nervosa senza pasto, le mosche scappano, troppa puzza. E' ora di trovare la cuccia, sono le 17. Un presunto hotel (da noi si chiamerebbe canile per umani) offre letto in camerata a 8 Euro (il posto è carissimo perchè molto turistico): struttura in ferro, assi di legno come materasso, trapunta umida. Comunque non male, accetto. Con me dormono 2 ragazzi cinesi, dignitosi e tranquilli. Mangio delle noccioline, un uovo di anatra salato, del cioccolato e una mela.
Alle 19 si spegne la luce in camera, sono stanco, siamo stanchi, entro nella trapunta umida e in breve mi addormento. Il mattino seguente, alle 6, sveglia obbligata dal rumore cinese, sembra di essere in aereoporto o in metrò. Quello che non capisco è come i cinesi possano generare così tanto rumore in così pochi. I progettisti di amplificatori hi-fi dovrebbero studiare il comportamento dei cinesi per inventare dei nuovi modelli potentissimi e aggiornare le formule algebriche. Comunque... abbandono in fretta la cuccia. Mi affaccio verso il panorama della scimmia, mentre orde di cinesi ridiscendono dopo averne visto l'alba (era obbligatorio, c'era anche sulla brochure turistica!). Rimaniamo in pochi perchè il sole non interessa ai cinesi, li spaventa perchè si rischia l'abbronzatura e già i primi ombrelli si aprono per evitare il raggio maligno. Bellissimo panorama, la scimmia è sempre là ad osservare i picchi illuminati dal potente sole che taglia l'umidità del mattino. Ridiscendo verso il basso, affrontando il lungo-funivia, complesso di scale ripide e movimentate che scendono lungo la vallata.
Si incontrano i portatori della cooperativa, con la pettorina numerata: popolo silenzioso, lavoratore, infaticabile. Hanno tra i 50 e i 100kg appesi alle estremità del bambù, i polpacci sono vere e proprie bocce trattenute dalla pelle, le spalle hanno il callo del peso. Hanno età variabile dai 20 ai 50 anni. Loro non hanno diritto alla funivia, toglierebbero posto ai turisti, costano meno dell'elettricità, sono facilmente rimpiazzabili. Portano su tovaglie lavate, gas, petrolio, stufe, televisori, uova, riso, coca-cola, mattoni...sono sudati, i visi segnati. Offrono anche servizio di portantina per i turisti che "devono" salire ma non possono sudare. E per pochi Yuan arrivi su senza fatica. Arrivo al fondo della funivia, tra lattine che si aprono, megafoni che gracchiano, bacchette che afferrano cibo, musiche ai megafoni, scoregge magafoniche e pullmini accesi. Io proseguo, continuo verso il basso, lungo la valle ad ovest del monte. Il panorama cambia, i pini lasciano spazio al bosco con le querciole, i frassini, i cespugli di camelie e rose selvatiche. Più in basso i generosi e vigorosi bambù, altissimi e robusti invadono intere vallette, con le chiome verdi reclinate a generare ombre fittisime. Al fondo scorre lento il fiume, adesso quasi asciutto dopo la stagione calda. Le acque rimbalzano tra le rocce bianche levigate dalle acque, si creano pozze profonde di un blu intensissimo che contrastano con i colori della natura, si genera la cascata dei nove dragoni (adesso ridotto ad un pisciotto di macaco). Sono di nuovo solo, uniche creature sono i granchi di acqua dolce e i pescetti che ancora sguazzano nelle limpide acque.
Questo posto è fiore all'occhiello del governo centrale come esempio di preservazione della natura e sito Unesco dal '90 per la conservazione e la bio-diversità e mi stupisco e mi rallegro a vedere la pulizia, la cura e la naturalezza del posto. Dopo una quindicina di km arrivo al fondo della valle e mi ritrovo in un bel villaggio abitato, con i funghi messi al sole nei cesti in vimini, con i legumi che asciugano nelle aie. Sulle colline iniziano a comparire le coltivazioni del famoso tè di Huangshan e dei crisantemini color crema, altra bevanda molto popolare e famosa, ricavata per infusione dalle corolle dei fiori. Ho finito la vacanza, i miei 3 giorni si sono esauriti in un posto meraviglioso. Attenzione però, lo stesso posto può essere un incubo se ci si ritrova in qualche gruppo turistico, perfettamente organizzato ma spaventosamente meccanico, impersonale e artificiale. Io proseguo adesso per la città di Huangshan, a 50km dal monte, prendo un micro-bus di linea che per ben 1 Euro mi carica e mi garantisce un'ora di viaggio sicuro. La porta non si chiude, il mio finestrino neanche, il portavalige è caduto già da tempo. Mi stringo nello zaino e guardo il panorama della campagna, mentre già scendono le luci del tramonto, sono le 17. Questa sera sarò di ritorno a Shanghai su un moderno aereo della Shanghai Airlines che agli 800km/h mi riporterà nel consumismo-imperialista della megalopoli-moderna: un bel salto.

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